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Le Case dell’Amore

Prima di sposarci sarebbe fondamentale conoscere una mappa simbolica vecchia di tremila anni im grado di risparmiarci sofferenze che nessun terapista riesce seriamente a spiegare.

Una mappa simbolica vecchia di tremila anni potrebbe risparmiarci sofferenze che nessun terapista riesce a spiegare. Il problema è che avremmo dovuto usarla prima di sposarci.


Una mappa, non un oracolo

C’è un equivoco di fondo che accompagna l’astrologia da quando è scivolata dai trattati dei filosofi alle pagine dei rotocalchi: l’idea che serva a predire il futuro. Da lì in poi, tutto il dibattito si è incagliato nel posto sbagliato — tra chi ci crede ciecamente e chi la liquida con sufficienza — senza che nessuno dei due fronti si fermasse a chiedersi se stesse discutendo della cosa giusta.

L’oroscopo da giornale — quello basato sul solo segno solare, quello che vale per trecento milioni di persone contemporaneamente — è l’equivalente astrologico del fast food: diffuso, rassicurante, quasi privo di nutrimento. Ma liquidare l’intera tradizione astrologica sulla base dei suoi usi più degradati è come giudicare la filosofia attraverso i poster motivazionali. Un errore metodologico, non un giudizio critico.

Quello che l’astrologia offre, nella sua accezione più seria e più antica, è qualcosa di diverso e di più utile: un sistema di spiegazione simbolica della natura umana, sedimentato in tremila anni di osservazione del rapporto tra i cicli cosmici e i comportamenti umani. Non una profezia, ma una mappa. E le mappe non ci dicono cosa succederà: ci aiutano a capire dove siamo, e soprattutto a dare un nome ai territori che attraversiamo senza riconoscerli.

È in questo senso che l’astrologia ha qualcosa da dirci sulle relazioni che la psicologia moderna, con tutto il suo rigore accademico, fatica ancora a formulare con altrettanta economia di parole. Perché la mappa astrologica ha individuato, già molto prima di Freud e di Fromm, una distinzione fondamentale che noi continuiamo ostinatamente a ignorare. E ignorarla ci costa carissimo.


Quinta e settima: due case, due mondi

Nel sistema delle case astrologiche — che rappresentano non il cielo in astratto ma la sua proiezione concreta sulla terra, il modo in cui viviamo le esperienze nella realtà quotidiana — due case in particolare si occupano di quello che noi, con disarmante approssimazione, chiamiamo amore: la quinta e la settima.

La quinta casa corrisponde al Leone: il fuoco, l’energia solare, la gioventù, il gioco, la fisicità pura. Qui abita la passione nel senso più letterale del termine — dal latino patior, subire, essere attraversati da qualcosa di più grande di noi. Non è un sentimento che si sceglie o si coltiva: esplode, travolge, illumina. È il desiderio, l’attrazione magnetica, l’innamoramento che non chiede permesso e non offre garanzie. È l’amore che ricordiamo per tutta la vita, che torna nei sogni a quarant’anni di distanza, che ci ha fatto sentire vivi in modo irripetibile. Ed è, per definizione strutturale, instabile. La quinta casa non conosce la fiducia come valore operativo: non ne ha bisogno, perché vive nell’istante. Il fuoco d’artificio non ha bisogno di essere affidabile. Ha bisogno di bruciare. E, dal momento che questa casa corrisponde anche al rapporto con i figli, l’energia spesa nell’erotismo di coppia fa presto il più delle volte a virare in amore filiale, anche se raramente in misura uguale. Per la tradizione questo si avvera soprattutto nella donna, anche se con la metamorfosi umana e sociale le cose non stanno necessariamente così, ma certamente l’arrivo dei figli causa spesso un vero terremoto ed una successiva ristrutturazione, a volte rivoluzionaria, del soddisfacimento dei desideri che non sono tenuti a rispettare le regole sociali tipiche della settima casa.

La settima casa si trova a centottanta gradi rispetto all’ascendente, e corrisponde zodiacalmente al segno della Bilancia e socialmente al contratto, all’equilibrio negoziato. È per conseguenza anche la casa del matrimonio, sì — ma quello inteso nel senso più antico e meno romantico: un’alleanza, un patto tra persone che scelgono di costruire qualcosa insieme. Qui quello che conta è l’affidabilità, la coerenza, la capacità di non tradire l’accordo. È il luogo della fiducia come pratica quotidiana, non come sentimento. La passione nella sua forma più esplosiva sarebbe qui quasi controproducente: portereste un cannone a una riunione di condominio.

La distinzione sembra ovvia, enunciata così. Eppure la stragrande maggioranza delle sofferenze relazionali che attraversano la vita degli esseri umani — i tradimenti, i rancori covati per decenni, le separazioni devastanti, i matrimoni-prigione — nasce esattamente dall’incapacità di tenere separate queste due esperienze. Non per stupidità, e non per cattiveria. Per un problema di linguaggio.


La frode che non sappiamo di commettere

Qui entra in gioco quello che potremmo chiamare il danno collaterale del romanticismo ottocentesco: l’idea, inculcata da secoli di letteratura, costume e — più di recente — da un’industria culturale che ci vende la favola a ogni formato disponibile, che la passione della quinta casa e il contratto della settima debbano necessariamente abitare nella stessa persona, nello stesso momento, per sempre.

Prima dell’Ottocento, questa sovrapposizione non era affatto scontata. Il matrimonio era esplicitamente un accordo — economico, politico, familiare — e nessuno si aspettava che la persona con cui si fondava una casa fosse anche quella che faceva tremare i polsi. Le due figure potevano coincidere, e quando accadeva era considerato un colpo di fortuna supplementare, non una condizione necessaria. Romeo e Giulietta erano una tragedia, non un modello da replicare. Qualcuno, nel corso dei secoli, ha letto l’etichetta sbagliata.

Il risultato è che oggi usiamo la parola “amore” per descrivere due esperienze radicalmente diverse, e poi ci meravigliamo dei cortocircuiti. È come chiamare “cibo” sia l’aglio e olio che la Sachertorte — tecnicamente corretto, praticamente inutile, gastronomicamente pericoloso se li serviamo insieme aspettandoci armonia. Finché non diamo nomi distinti alle due cose, non riusciamo nemmeno a capire cosa ci manca, cosa abbiamo perso, o cosa stiamo cercando nel posto sbagliato.

Il tradimento più comune, in questo schema, non è quello fisico — è quello semantico: quando una persona vede nell’altra la quinta casa (la passione, il fuoco, l’innamoramento) mentre l’altra la vede come la settima (il porto sicuro, il contratto affidabile), i due hanno firmato accordi diversi convinti di starne firmando uno solo. Da quel malinteso originario possono nascere i tradimenti classici — andare a cercare altrove quello che non si trova a casa — ma anche qualcosa di più sottile e forse più devastante: il tradimento quotidiano della convivenza piena di rancore sedimentato, incomprensioni che non trovano nome, rabbia sorda che non sa ancora di chiamarsi “ho sbagliato casa”.


I tarli che non si spengono: tre ritratti storici

La storia — quella documentata, non quella romanzata — offre alcune figure emblematiche di cosa succede quando questo tarlo lavora senza essere riconosciuto. Ne citiamo tre, ognuno dei quali meriterebbe un articolo narrativo a sé stante, e che qui menzioniamo solo come istantanee di un fenomeno ricorrente.

Lev Tolstoj e Sofia Bers sono forse il caso più ricco e più malinconico. Quarantotto anni di matrimonio documentati minuziosamente nei diari di entrambi — diari pubblicati, incrociabili, storicamente impeccabili. Tolstoj cercò nella moglie la settima casa nella sua forma più completa: la madre dei suoi tredici figli, la copista paziente dei suoi manoscritti, l’amministratrice della tenuta. Sofia, a sua volta, portava per lui qualcosa di più vicino alla quinta — una passione reale, un attaccamento che lei stessa descrisse come totalizzante. Il disastro fu che nessuno dei due riuscì a dare un nome preciso a quello che stava vivendo, né a ciò che stava chiedendo all’altro. Il tarlo lavorò per quasi mezzo secolo. Il finale è di quelli che non si dimenticano: a ottantadue anni, nella notte del 28 ottobre 1910, Tolstoj fuggì di casa come un adolescente in fuga, lasciando un biglietto. Si ammalò di polmonite e morì undici giorni dopo in una stazione ferroviaria di provincia, Astapovo, circondato da giornalisti e con Sofia tenuta a distanza dai figli. La quinta casa non si era mai spenta del tutto. Si era solo trasformata in una fuga. (Un ritratto esteso di questa coppia impossibile è in programma per un prossimo numero.)

Oskar Kokoschka e Alma Mahler offrono invece la variante grottesca e visivamente perfetta della quinta casa che, non trovando sbocco, si muta in ossessione pura. Quando Alma — vedova di Gustav Mahler, donna di straordinaria forza e di magnetismo leggendario — lasciò il pittore espressionista dopo una relazione intensa, Kokoschka non si limitò a soffrire. Commissionò a una sarta viennese una bambola a grandezza naturale con le sue fattezze, la portò con sé agli spettacoli dell’Opera, la fece accomodare ai banchetti, la introdusse agli amici. Poi, in un momento che oscilla tra la lucidità e la follia, la decapitò durante una festa nel giardino e chiamò la polizia per segnalare il ritrovamento di un cadavere. Nessun reato, nessuna vittima umana — ma una parabola di cosa diventa la passione quando non trova più un oggetto reale e si cristallizza in feticcio. Il bello, e l’inquietante, è che Kokoschka continuò a produrre opere straordinarie per il resto della sua lunga vita. Il fuoco della quinta casa non si era trasformato in cenere: si era trasformato in qualcos’altro. (La storia completa di questa ossessione merita un approfondimento dedicato.)

Pablo Picasso rappresenta il caso limite opposto: un uomo che visse sempre e ostinatamente nella quinta casa, rifiutando — o semplicemente essendo incapace di — qualsiasi transizione verso la settima. Non è una questione morale, o non solo. È una questione di struttura: Picasso non cercò mai nella stessa persona la compagna di vita e l’oggetto del desiderio, ma a differenza di chi almeno prova a tenere separate le due esperienze, lasciò che la quinta divorasse tutto, comprese le persone. Due delle sue compagne si tolsero la vita. Marie-Thérèse Walter lo fece nel 1977, quattro anni dopo la morte di lui, come se la sua esistenza non riuscisse a trovare senso al di fuori di quella passione. Olga Khokhlova morì consumata dalla malattia e dall’abbandono. Il fuoco della quinta casa, senza mai nessun tentativo di costruire la settima, non scalda: brucia. (Un’analisi delle relazioni di Picasso come caso di studio sulla quinta casa come strategia esistenziale — e sui suoi costi — è tra i nostri progetti editoriali futuri.)

Caseastrologiche

Tre storie diverse, tre esiti diversi, un unico denominatore comune: il mancato riconoscimento della differenza tra due forme di esperienza affettiva che abbiamo la cattiva abitudine di chiamare con lo stesso nome.


La cura: un vocabolario più onesto

L’astrologia, in questo senso, non ci dice il futuro e non ci assolve dal presente. Ci offre qualcosa di più utile e di più scomodo: parole più precise per descrivere quello che già viviamo. Ci suggerisce che quello che chiamiamo “innamoramento” e quello che chiamiamo “matrimonio” sono esperienze radicalmente diverse, che possono coesistere ma non si implicano a vicenda, e che la sofferenza nasce spesso dall’aspettarsi dall’una quello che solo l’altra può dare.

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Non si tratta di essere cinici, né di rinunciare alla passione in nome della stabilità o viceversa. Si tratta di smettere di chiedere al fuoco d’artificio di illuminare per sempre, e di smettere di chiedere all’accordo commerciale di far tremare i polsi. La passione è reale, è preziosa, va vissuta e rispettata per quello che è: un fuoco bellissimo e temporaneo, che può lasciare tracce indelebili senza per questo dover durare tutta la vita. Il contratto — inteso come patto tra due persone che scelgono di costruire qualcosa insieme — è altrettanto degno, e non ha bisogno di fingersi passione per avere valore.

Chiamare le cose con il loro nome non impoverisce l’esperienza. La rende più navigabile. E forse, in certi casi, ci risparmia quarantotto anni di tarlo, una fuga nella notte, e una stazione ferroviaria di provincia come ultimo atto.


«L’amore è una parola troppo grande per una sola cosa. Forse è per questo che fa così male quando si rompe: non sai mai quale delle due hai perso.»


=>Spiegazione più diretta=>

Note editoriali: I tre casi storici (Tolstoj, Kokoschka, Picasso) sono esplicitamente presentati come anticipo di articoli futuri.


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Ennio Martignago
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