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Quando l’intelligenza artificiale sostituisce la sanità pubblica
C’è una distopia che si sta materializzando sotto i nostri occhi, mascherata da progresso tecnologico. Una distopia sanitaria che non ha bisogno di essere immaginata, perché le sue fondamenta vengono costruite giorno dopo giorno attraverso investimenti miliardari, acquisizioni strategiche e trasformazioni normative che ridisegnano il confine tra cura e business. La tesi è tanto semplice quanto inquietante: mentre i sistemi sanitari pubblici collassano sotto il peso di tagli, sottoccupazione e personale al limite del burn-out, i giganti della tecnologia stanno costruendo un ecosistema di salute digitale che promette di “democratizzare” l’accesso alle cure, ma che nella sostanza prepara un futuro di medicina del fai-da-te, dove il cittadino-paziente si ritrova solo di fronte a un’intelligenza artificiale che “può sbagliare” – esattamente come le campagne vaccinali di massa si lavavano le mani dalle responsabilità facendo firmare liberatorie ai vaccinati.
La premessa è chiara: complici le demotivazioni giovanili, la cattiva formazione, la mancata trasmissione delle esperienze generazionali, l’eccessivo carico di lavoro e la scarsa attenzione alla sicurezza, si sta creando una spiccata tendenza verso il trasferimento della responsabilità sanitaria dal sistema pubblico al singolo cittadino. Un trasferimento che però avviene attraverso piattaforme di intelligenza artificiale che, a differenza dei lavoratori umani, non generano gettito fiscale proporzionato ai ricavi, creando una spirale perversa: meno personale sanitario (e meno tasse pagate), più piattaforme digitali (e meno tasse raccolte), maggiore pressione fiscale sui cittadini che devono finanziare sia il collasso del pubblico sia l’abbonamento alle piattaforme private.
I numeri di questa trasformazione sono impressionanti e convergenti. Il mercato globale della salute digitale è destinato a triplicare nei prossimi cinque anni, passando da 199 miliardi di dollari nel 2025 a 573 miliardi nel 2030. Un tasso di crescita del 23,6% annuo che riflette una transizione accelerata verso diagnosi potenziate dall’IA, monitoraggio remoto e telemedicina. Ma dietro questa crescita esplosiva si celano dinamiche che meritano un’analisi più attenta.
L’ASSALTO DELLE BIG TECH ALLA SANITÀ

Apple sta finalizzando il lancio di Health+ per il 2026, un servizio in abbonamento che includerà un “coach sanitario AI” per raccomandazioni personalizzate su benessere, nutrizione e fitness. L’azienda ha riorganizzato le divisioni Salute e Fitness sotto un’unica leadership nella divisione Servizi – la stessa che gestisce Apple Music e Apple TV+ – segnalando esplicitamente che il benessere viene considerato un’opportunità di “ricavi ricorrenti”. Health+ sfrutterà i dati di Apple Watch e iPhone, e secondo gli analisti verrà posizionato “in modo competitivo” rispetto alle app di fitness esistenti. La nota dolente? Apple Fitness+, lanciato nel 2020 a 9,99 dollari al mese, sarebbe “in fase di revisione” a causa dell’elevato tasso di abbandono e della crescita limitata. La soluzione? Integrare tutto con l’intelligenza artificiale, trasformando il fallimento commerciale di un servizio umano in un’opportunità per l’automazione.
OpenAI, dal canto suo, sta valutando un ingresso nel settore dei prodotti sanitari per consumatori, potenzialmente sviluppando un assistente sanitario personale o un aggregatore di dati sanitari. L’azienda ha assunto figure strategiche come Nate Gross, cofondatore della rete di medici Doximity, per guidare la strategia sanitaria. Il lancio di GPT-5 ad agosto 2025 ha enfatizzato le capacità sanitarie, con il CEO Sam Altman che lo ha definito “il miglior modello di sempre per la salute”. Ma OpenAI sta entrando in un territorio dove i giganti tecnologici hanno già seminato un cimitero di fallimenti: HealthVault di Microsoft (chiuso nel 2019), Google Health Records (crollato nel 2011), Amazon Halo (chiuso nel 2023). I fallimenti condividevano fili comuni: sistemi sanitari frammentati, pazienti che non vedevano valore immediato, preoccupazioni sulla fiducia. Eppure, le nuove normative federali che vietano il “blocco delle informazioni” stanno smantellando le barriere, e aziende come Health Gorilla e Particle Health ora fungono da intermediari, estraendo registri da più fonti e standardizzando i dati per app di terze parti.
Microsoft ha annunciato la formazione del MAI Superintelligence Team, dedicato alla costruzione di sistemi di intelligenza artificiale che “superano di gran lunga le capacità umane”, iniziando proprio con la diagnostica medica. Il sistema MAI-DxO dell’azienda ha diagnosticato correttamente l’85,5% dei casi medici complessi tratti dal New England Journal of Medicine, rispetto al 20% di accuratezza dei medici esperti. “Abbiamo una chiara prospettiva verso la superintelligenza medica nei prossimi due o tre anni”, ha dichiarato Mustafa Suleyman, responsabile AI di Microsoft. Il messaggio è chiaro: l’intelligenza artificiale non assisterà i medici, ma li sostituirà.
IL PARADOSSO DELLA MAYO CLINIC E LA DEMOCRATIZZAZIONE ASIMMETRICA
Non sono solo le Big Tech a cavalcare questa transizione. La Mayo Clinic, istituzione medica rispettata globalmente, ha presentato Platform_Insights a novembre 2025, una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale per fornire alle organizzazioni sanitarie di tutto il mondo accesso a soluzioni di IA validate, framework digitali e modelli di supporto alle decisioni cliniche. L’iniziativa arriva in un momento cruciale: il 77% dei leader sanitari identifica gli strumenti di IA immaturi come principale ostacolo all’adozione, seguito da preoccupazioni finanziarie (47%) e incertezza normativa (40%).
La piattaforma sfrutta 26 petabyte di informazioni cliniche della Mayo Clinic – 3 miliardi di test di laboratorio, 1,6 miliardi di note cliniche, 6 miliardi di immagini mediche. L’obiettivo dichiarato è “colmare il crescente divario digitale nell’assistenza sanitaria”, offrendo un “percorso guidato e accessibile” per i sistemi sanitari più piccoli. Ma c’è un paradosso inquietante: mentre la Mayo Clinic parla di “umanizzare la tecnologia sanitaria” e di “riportare l’umanesimo nella medicina”, sta di fatto creando un’infrastruttura che permetterà a ospedali sottodimensionati di sostituire competenze umane con algoritmi standardizzati. La “democratizzazione” dell’accesso alle cure attraverso l’IA rischia di tradursi in una standardizzazione al ribasso, dove la personalizzazione promessa dalle macchine maschera l’impossibilità di accedere a professionisti adeguatamente formati e retribuiti.
LA QUESTIONE FISCALE: CHI PAGA PER L’AUTOMAZIONE DELLA SALUTE?
Qui emerge il nodo più critico della distopia sanitaria in costruzione, quello che intreccia economia, fiscalità e diritti sociali. Mentre sia Stato che privati devono pagare tasse per ogni singolo lavoratore umano – inclusi i professionisti sanitari, ormai massacrati da carichi di lavoro costantemente sulla lama del burn-out –, le piattaforme e le intelligenze artificiali ne pagano molto poche, e prevalentemente nei paradisi fiscali dove hanno sede legale, non dove operano effettivamente. Non pagano certamente tasse proporzionate alle entrate che sottraggono all’erario, né contributi che potrebbero bilanciare i posti di lavoro eliminati.
Facciamo i conti. Il mercato del monitoraggio remoto dei pazienti negli Stati Uniti dovrebbe raddoppiare, passando da 15 miliardi di dollari nel 2024 a 29 miliardi nel 2030. L’81% dei medici statunitensi utilizza già sistemi di Remote Patient Monitoring – un incremento del 305% rispetto al 2021. Questo significa che migliaia di visite mediche, consulti, controlli vengono sostituiti da algoritmi e sensori. Ma chi paga le tasse su questi 29 miliardi? Non certo nella misura in cui pagherebbero medici, infermieri, tecnici sanitari impiegati per fornire gli stessi servizi.
La gestione del diabete – settore trainante della salute digitale – vale già 10,9 miliardi di dollari nel 2024 e raggiungerà 47,1 miliardi entro il 2034. Aziende come Abbott, Dexcom e Medtronic integrano sistemi di monitoraggio continuo del glucosio con app mobili e dispositivi automatizzati per l’insulina. Oltre il 60% dei pazienti in telemedicina negli USA usa dispositivi indossabili per condividere dati sanitari. Ma questi pazienti continuano a pagare le stesse tasse di prima, magari anche abbonamenti alle piattaforme digitali, mentre il sistema sanitario pubblico – che dovrebbe essere finanziato proprio da quelle tasse – viene progressivamente smantellato per “insostenibilità economica”.
La spirale è perversa: lo Stato riduce il personale sanitario per risparmiare, i cittadini si rivolgono alle piattaforme digitali pagando di tasca propria, le piattaforme non versano tasse proporzionate ai ricavi, lo Stato ha ancora meno risorse per la sanità pubblica, i cittadini vengono ulteriormente spremuti attraverso ticket, liste d’attesa infinite, servizi degradati. Nel frattempo, le Big Tech accumulano profitti colossali su un servizio – la salute – che le costituzioni di mezzo mondo definiscono diritto fondamentale e universale.
DESKILLING, DEMOTIVAZIONE E LA FINE DELLA MEDICINA COME PROFESSIONE
Ma c’è un’altra dimensione della distopia sanitaria che va oltre l’economia: la desertificazione delle competenze professionali. L’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale in medicina non sta semplicemente “assistendo” i medici, ma sta creando le condizioni per un progressivo deskilling dell’intera classe sanitaria. Quando l’85,5% delle diagnosi complesse viene affidato a un algoritmo, cosa succede alla capacità diagnostica dei medici? Quando le decisioni terapeutiche vengono “suggerite” da sistemi basati su 26 petabyte di dati, cosa resta del ragionamento clinico individuale?
La risposta è già visibile nelle dinamiche generazionali descritte nella premessa distopica: demotivazione giovanile, cattiva formazione, mancata trasmissione delle esperienze. I giovani medici crescono in un contesto dove la macchina “sa meglio” di loro, dove il protocollo algoritmico prevale sull’intuizione clinica, dove la responsabilità viene costantemente scaricata – “l’IA può sbagliare, controlla tu” – esattamente come nelle campagne vaccinali. Perché investire anni di studio approfondito, accumulare esperienza, sviluppare sensibilità diagnostica, se tanto la risposta definitiva la dà la macchina?
Questo processo genera un circolo vizioso micidiale. I sistemi sanitari, sempre più sottodimensionati e sotto pressione, vedono nell’automazione una via d’uscita: meno personale da assumere, meno stipendi da pagare, meno conflitti sindacali. Ma la qualità delle cure non può essere sostituita da algoritmi, per quanto sofisticati. La medicina non è solo protocollo, è relazione, è intuizione, è esperienza sedimentata in decenni di pratica. Quando questa dimensione viene erosa sistematicamente, otteniamo professionisti demotivati, pazienti spersonalizzati, e una “salute apparente” – controllata, monitorata, misurata – che maschera il progressivo deterioramento della qualità assistenziale reale.
L’adozione del monitoraggio remoto – presentata come conquista di autonomia e prevenzione – rischia di trasformarsi in sorveglianza biometrica permanente senza reale supporto professionale. I dispositivi indossabili raccolgono miliardi di dati, ma chi li interpreta? Chi costruisce la narrazione clinica del paziente? Chi intercetta i segnali deboli che un algoritmo non può vedere? La risposta sempre più frequente è: nessuno. O meglio: un’intelligenza artificiale addestrata su casistiche medie, che fornisce risposte standardizzate a situazioni che richiederebbero personalizzazione, empatia, competenza contestuale.
IL CONSOLIDAMENTO DEL MERCATO E LA CATTURA DELLE ISTITUZIONI
Il settore sta assistendo a una fase di consolidamento impressionante. Nel 2025 abbiamo visto Huma Therapeutics acquisire Aluna per rafforzare la gestione delle malattie croniche guidata dall’IA, Teladoc Health acquisire UpLift per espandere i servizi di salute mentale digitale, Sword Health acquisire Surgery Hero per estendersi nelle terapie digitali. L’Asia-Pacifico ha raccolto 1,2 miliardi di dollari attraverso 102 accordi nella prima metà del 2025, con l’intelligenza artificiale che rappresenta il 63% di tutti i finanziamenti – soprattutto in analisi predittiva, imaging alimentato dall’IA e medicina di precisione.
Ma dietro questa frenesia di acquisizioni si cela una strategia precisa: costruire oligopoli tecnologici che controllino l’intera filiera sanitaria digitale, dai dispositivi indossabili alle piattaforme diagnostiche, dalle cartelle cliniche elettroniche ai sistemi di gestione ospedaliera. Quando poche corporation controllano l’infrastruttura digitale della salute globale, il potere di condizionare politiche sanitarie, normative, formazione professionale diventa enorme.
Le partnership ne sono la prova. OpenAI collabora già con Eli Lilly e Sanofi su iniziative di scoperta di farmaci. Microsoft estende il suo assistente clinico AI Dragon Copilot agli infermieri e ai partner terzi. IBM integra i modelli AI Claude nel software sanitario aziendale. Google, attraverso la controllata Verily, ha lanciato Verily Me – un’app gratuita con raccomandazioni sanitarie personalizzate alimentate dall’assistente AI Violet. L’India sta ampliando la Ayushman Bharat Digital Mission per creare un sistema nazionale di cartelle cliniche elettroniche con numeri di identificazione digitale sanitaria per ogni cittadino. La Thailandia ha completato il programma “30 Baht Treatment Anywhere”, integrando ID sanitari e sistemi di prenotazione online in tutte le 77 province.
La “cattura” delle istituzioni sanitarie pubbliche da parte delle piattaforme private avviene attraverso un meccanismo apparentemente benevolo: di fronte al collasso dei servizi pubblici, le Big Tech si propongono come salvatori, offrendo soluzioni “chiavi in mano” che promettono efficienza, accessibilità, modernità. Ma queste soluzioni creano dipendenza strutturale. Una volta che un sistema sanitario nazionale adotta un’infrastruttura digitale proprietaria, migrare verso alternative diventa proibitivo. I dati dei cittadini vengono de facto privatizzati, le competenze professionali si atrofizzano, la capacità di autodeterminazione delle politiche sanitarie evapora.
SCENARI FUTURI: TRA EMANCIPAZIONE E DISTOPIA

A questo punto è necessario delineare i possibili scenari futuri, considerando le pressioni del potere politico, finanziario e delle lobbies. Non si tratta di trarre conclusioni definitive, ma di mappare i futuri realisticamente possibili e le strategie che potrebbero favorirli o contrastarli.
Scenario 1: Consolidamento Distopico
In questo scenario, la logica attualmente in atto procede senza ostacoli significativi. I sistemi sanitari pubblici continuano a essere smantellati attraverso tagli progressivi, il personale sanitario diminuisce numericamente e qualitativamente, le piattaforme digitali private diventano l’infrastruttura de facto della salute. I cittadini si trovano intrappolati in un sistema dove:
- Pagano tasse crescenti per finanziare sistemi pubblici ridotti all’osso
- Devono sottoscrivere abbonamenti multipli a servizi sanitari digitali privati
- Ricevono assistenza standardizzata da algoritmi con responsabilità scaricata sull’utente
- Perdono progressivamente accesso a professionisti qualificati, ridotti a figure marginali per casi “eccezionali”
- Vedono i propri dati sanitari diventare proprietà privata delle piattaforme
Le strategie per far avvenire questo scenario sono già visibili: pressioni lobbistiche per deregolamentare la professione medica, presentazione dell’automazione come inevitabile “progresso”, creazione di deficit pubblici che giustifichino privatizzazioni, investimenti massicci in marketing che normalizzino la medicina del fai-da-te, partnership pubblico-privato che creino dipendenza strutturale, formazione medica sempre più orientata all’utilizzo di strumenti digitali proprietari piuttosto che allo sviluppo di competenze autonome.
Scenario 2: Biforcazione Classista
In questo scenario, si crea una sanità a due velocità radicalmente separate. Chi ha risorse economiche accede a professionisti umani qualificati, cure personalizzate, tempo e attenzione. Chi non le ha si rivolge alle piattaforme digitali. La classe media viene progressivamente compressa verso il basso, costretta a rinunciare all’assistenza professionale per contenere i costi.
Questo scenario produce conflitti sociali acuti, perché la salute – diversamente da altri beni – non può essere facilmente mascherata o negata. La disparità diventa visibile, scandalosa, politicamente esplosiva. Si creano pressioni per riforme, ma queste vengono assorbite attraverso forme di “welfare digitale”: voucher per abbonamenti alle piattaforme, sussidi per dispositivi indossabili, accesso “gratuito” a servizi di telemedicina che nascondono il progressivo smantellamento dell’assistenza reale.
Le strategie per contrastare questo scenario richiedono rivendicazione esplicita della salute come diritto universale non delegabile alle macchine, ricostruzione di un sistema sanitario pubblico robusto finanziato attraverso tassazione progressiva che includa le piattaforme digitali, vincoli normativi stringenti sull’uso dell’IA in ambito sanitario, investimenti massicci in formazione e condizioni di lavoro del personale sanitario.
Scenario 3: Integrazione Regolata
In questo scenario, più equilibrato ma politicamente difficile da realizzare, l’intelligenza artificiale viene integrata nella sanità come strumento di supporto effettivo, non come sostituto dei professionisti. Le condizioni necessarie sono:
- Tassazione proporzionata delle piattaforme digitali sanitarie, con gettito destinato al finanziamento del servizio pubblico
- Regolamentazione stringente sulla responsabilità: chi fornisce servizi diagnostici o terapeutici mediati da IA deve assumersi responsabilità legale piena
- Investimenti pubblici in formazione continua del personale sanitario per mantenere competenze elevate
- Infrastrutture digitali pubbliche, non proprietarie, che garantiscano interoperabilità e proprietà pubblica dei dati sanitari
- Limiti normativi chiari su quali funzioni possono essere automatizzate e quali richiedono necessariamente intervento professionale umano
Le strategie per realizzare questo scenario richiedono alleanze trasversali tra professionisti sanitari, movimenti per i diritti digitali, sindacati, associazioni di pazienti. Richiedono battaglia culturale per decostruire la narrazione del “progresso inevitabile” e riaffermare il valore insostituibile della competenza, dell’esperienza, della relazione terapeutica. Richiedono capacità politica di imporre regolamentazione a giganti tecnologici abituati a operare in zone grigie normative.
Scenario 4: Collasso e Ricostruzione
Lo scenario più radicale prevede che la spinta verso l’automazione produca danni così evidenti – errori diagnostici massivi, scandali sulla gestione dei dati, crisi sanitarie mal gestite da sistemi algoritmici, proteste del personale sanitario – da innescare una reazione sociale forte che imponga una ricostruzione su basi diverse.
Questo scenario ha precedenti storici: tutti i tentativi precedenti delle Big Tech di entrare nel settore sanitario (HealthVault, Google Health Records, Amazon Halo) sono falliti. Il fallimento non è stato determinato da limiti tecnologici, ma da resistenze sociali, problemi di fiducia, incapacità di generare valore percepito. La differenza oggi è che quei tentativi erano opzioni aggiuntive in un sistema sanitario ancora funzionante. Se l’automazione procede mentre il sistema pubblico collassa, non ci saranno alternative a cui tornare.
Le strategie per evitare di dover passare attraverso il collasso richiedono intervento preventivo: mobilitazione delle categorie professionali sanitarie, alleanze internazionali per imporre standard regolatori comuni, battaglia culturale contro la narrazione tecno-ottimista, costruzione di infrastrutture digitali pubbliche prima che il monopolio privato diventi irreversibile.
L’ANOMIA DELLA MEDICINA ALGORITMICA
C’è un ultimo elemento della premessa distopica che merita attenzione: l’anomia, la perdita di cultura sociale, la spersonalizzazione di professionisti e pazienti che genera forti contrasti. Quando la medicina diventa transazione algoritmica, quando il rapporto terapeutico viene mediato da interfacce digitali, quando la diagnosi è output di un sistema opaco, si perde qualcosa di essenziale: il riconoscimento reciproco tra esseri umani che condividono fragilità, mortalità, bisogno di cura.
L’intelligenza artificiale non può offrire questo riconoscimento. Può simularlo attraverso interfacce sofisticate, può fornire risposte apparentemente empatiche generate da modelli linguistici addestrati su miliardi di conversazioni, ma non può sostituire la presenza. E la medicina senza presenza diventa gestione biopolitica: controllo dei corpi, ottimizzazione delle funzioni, standardizzazione delle risposte. Non è cura nel senso pieno del termine.
Questa spersonalizzazione produce anomia: i pazienti si sentono numeri in un database, i professionisti diventano esecutori di protocolli algoritmici, la società perde i luoghi dove la vulnerabilità può essere riconosciuta e accolta. I contrasti sociali che ne derivano non sono solo economici – chi può permettersi cure migliori – ma esistenziali: chi viene riconosciuto come degno di attenzione umana e chi no.
Le piattaforme digitali sanitarie, per quanto sofisticate, producono alienazione. Producono la sensazione – accurata – di essere soli di fronte alla malattia, con un algoritmo che fornisce risposte standardizzate e una clausola di non responsabilità in fondo alla schermata. “L’IA può sbagliare, controlla tu”: è la formula perfetta della de-responsabilizzazione sistemica. Nessuno è colpevole se qualcosa va male, perché la responsabilità è stata scaricata sull’ultimo anello della catena, il paziente stesso.
Nel frattempo…
Le notizie analizzate non sono semplicemente cronaca di innovazione tecnologica. Sono tessere di un mosaico più ampio, che disegna una trasformazione radicale del sistema sanitario globale. Una trasformazione dove convergono interessi economici colossali (573 miliardi di dollari entro il 2030), strategie politiche di contenimento della spesa pubblica, ideologie tecno-ottimiste che presentano l’automazione come progresso inevitabile, e logiche fiscali profondamente inique.
La distopia sanitaria descritta nella premessa non è fantascienza, è un futuro possibile – forse probabile, se le tendenze attuali proseguono. Non è però inevitabile. Gli scenari alternativi esistono, ma richiedono consapevolezza, organizzazione, capacità di imporre regolamentazione democratica su dinamiche di mercato che tenderebbero spontaneamente verso il consolidamento oligopolistico e la privatizzazione del diritto alla salute.
La posta in gioco non è solo economica o professionale. È antropologica: che tipo di società vogliamo essere? Una dove la cura viene ridotta a transazione algoritmica mediata da piattaforme private, o una dove il riconoscimento della vulnerabilità umana resta al centro del patto sociale? La risposta a questa domanda non verrà da ulteriori “innovazioni” tecnologiche, ma da scelte politiche esplicite su come regolare, finanziare, organizzare la medicina del futuro.
Nel frattempo, “l’alba di questo sfacelo” continua a materializzarsi, abbonamento dopo abbonamento, algoritmo dopo algoritmo, licenziamento dopo licenziamento. E continuiamo a chiamarlo progresso.
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