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Cosa hanno scoperto i filosofi dell’incontro
Terza tappa di un percorso in sette articoli
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Nel Novecento, alcuni pensatori hanno dedicato l’intera vita a una domanda apparentemente semplice: cosa succede quando due esseri umani si guardano negli occhi?
Non parliamo dello sguardo distratto che scambiamo con migliaia di persone ogni giorno. Parliamo di quel momento — raro, intenso — in cui un altro essere diventa reale per noi. In cui smettiamo di vederlo come un oggetto del nostro mondo e iniziamo a percepirlo come un centro autonomo, un mistero, qualcuno che ci guarda mentre lo guardiamo.
Tre nomi soprattutto hanno illuminato questo territorio: Emmanuel Levinas, Martin Buber, Donald Winnicott. Vengono da mondi diversi — filosofia, teologia, psicanalisi — ma le loro intuizioni convergono verso lo stesso punto. E quel punto ha molto a che fare con la cura dell’anima.
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Il Volto che comanda
Emmanuel Levinas nacque in Lituania nel 1906 e fu prigioniero di guerra per cinque anni durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua uniforme francese lo salvò dai campi di sterminio, ma tutta la sua famiglia — padre, madre, fratelli — fu sterminata dai nazisti.
Dopo la guerra, Levinas non mise mai più piede in Germania, nonostante i numerosi inviti. Dedicò il suo libro più importante alle vittime: “Alla memoria dei sei milioni assassinati dai nazionalsocialisti, e dei milioni e milioni di tutte le confessioni e nazioni, vittime dello stesso odio dell’altro uomo.”
Da questa esperienza di orrore nacque una filosofia dell’incontro. Al centro c’è una parola: il Volto.
Ma il Volto, per Levinas, non è semplicemente un viso. È l’irruzione dell’Altro nella mia vita — qualcosa che non posso possedere, controllare o ridurre a me stesso. È ciò che resta dell’altro quando togliamo tutte le etichette (età, nazionalità, professione): la presenza viva e irriducibile che mi guarda e chiede “Che farai con me?”
“Il volto non è semplicemente una forma plastica, ma è subito un impegno per me, un appello a me, un ordine per me di trovarmi al suo servizio.”
Il Volto ci comanda. Prima ancora che decidiamo se aiutare o ignorare, prima di ogni ragionamento morale, il Volto dell’Altro ci ha già interpellato. Siamo già responsabili.
“Nel semplice incontro di un uomo con l’Altro si gioca l’essenziale, l’assoluto.”
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L’Io-Tu che trasforma
Martin Buber era un filosofo ebreo di Vienna, uno dei pensatori più influenti del Novecento. Nel 1923 pubblicò un libretto che avrebbe cambiato il modo di pensare le relazioni: “Io e Tu”.
La tesi è semplice ma rivoluzionaria. Esistono due modi fondamentalmente diversi di relazionarsi al mondo:
IO-ESSO: è il modo ordinario in cui ci rapportiamo a cose e persone. Le vediamo come oggetti da usare, classificare, manipolare. Il collega è “quello delle vendite”. Il vicino è “quello che fa rumore”. Perfino le persone care possono diventare Esso — quando le diamo per scontate, quando smettiamo di vederle.
IO-TU: è un modo completamente diverso. L’altro è presente come persona unica, irripetibile. Non lo uso, non lo classifico — lo incontro. Sono completamente presente, e lui è completamente presente a me.
La differenza non sta nell’altro, ma in me. Lo stesso essere umano può essere Esso o Tu a seconda di come mi relaziono a lui.
“Dove non v’è partecipazione non v’è nemmeno realtà.”
Buber racconta un episodio della sua infanzia. Da bambino, andava spesso nella tenuta del nonno e accarezzava il collo del cavallo. Un giorno sentì qualcosa di diverso:
“Sentii la vita vibrare sotto la mia mano — l’elemento della vitalità stessa che confinava con la mia pelle, qualcosa che non ero io, certamente non affine a me, palpabilmente l’Altro.”
Era un’esperienza Io-Tu. Un momento in cui tutto il resto scompare e resta solo la presenza viva dell’altro essere.
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Ogni Tu è traccia dell’eterno
Ma ecco la svolta che ci interessa per il nostro viaggio.
Per Buber, ogni relazione Io-Tu — ogni incontro autentico con un altro essere — è una traccia di qualcosa di più grande. Lo chiamò “l’eterno Tu”.
“Il mondo non è comprensibile, ma è abbracciabile.”
Non arriviamo a Dio (o come vogliamo chiamare il Mistero ultimo) attraverso ragionamenti astratti o elevazioni mistiche solitarie. Ci arriviamo attraverso l’incontro con gli altri esseri. Ogni volta che diciamo veramente “Tu” a qualcuno — che sia un amante, un amico, un animale, perfino un albero — stiamo toccando qualcosa di sacro.
I chassidim, i mistici ebrei che Buber amava e di cui raccolse le storie, lo sapevano bene. Una delle loro storie racconta:
Un chassid si lamentò con Rabbi Wolf che certi uomini passavano la notte giocando a carte. “È una buona cosa,” disse il Rabbi. “Come tutti, vogliono servire Dio ma non sanno come. Però stanno imparando a stare svegli e a persistere in qualcosa. Quando saranno perfetti in questo, non dovranno far altro che rivolgersi a Dio — e che eccellenti servi saranno!”
Perfino il gioco d’azzardo può essere una preparazione, se insegna presenza e persistenza. Quanto più l’amore!
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La coperta di Linus
Donald Winnicott era un pediatra e psicanalista inglese. Passò la vita a osservare i bambini — come giocano, come crescono, come imparano a separarsi dalla madre. E in questo osservare i piccoli, scoprì qualcosa di profondo sull’anima umana.
Tutti conosciamo Linus dei Peanuts con la sua coperta. Per noi adulti è solo stoffa. Per il bambino è tutto: conforto, sicurezza, presenza della mamma anche quando non c’è.
Winnicott chiamò questo l’”oggetto transizionale” — qualcosa che aiuta il bambino a transitare da un mondo dove era tutt’uno con la madre a uno dove scopre di essere separato.
“Ho introdotto i termini di oggetto transizionale e fenomeno transizionale per designare l’area intermedia di esperienza tra il pollice e l’orsacchiotto.”
L’oggetto transizionale sta in mezzo. Non è puramente interno (fantasia) né puramente esterno (realtà oggettiva). È entrambe le cose insieme. E proprio questa posizione intermedia gli dà il suo potere.
Ma — e qui sta la scoperta decisiva — questa “area intermedia” non scompare quando cresciamo. Si espande. Diventa lo spazio di tutta la vita creativa e culturale: l’arte, la religione, la filosofia, l’amore.
“Nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna, e il sollievo da questa tensione è provveduto da un’area intermedia di esperienza che non viene mai messa in dubbio.”
L’amore, l’arte, la spiritualità: sono tutti modi per collegare il dentro con il fuori, per dare forma al mondo interiore attraverso qualcosa che sta fuori di noi.
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L’altro come porta verso l’anima
Ora possiamo capire meglio cosa intendevo quando dicevo che l’altro è “lo specchio dell’anima”.
L’anima — quella parte profonda di noi, l’ospite che vive in questo corpo — non è facilmente raggiungibile. Non possiamo semplicemente “guardarci dentro” e trovarla. Chi ci prova spesso trova solo ego travestito da spiritualità.
Ma quando amiamo qualcuno — quando incontriamo un Tu, quando ci facciamo prossimi — accade qualcosa di diverso. L’altro, che sta fuori di noi, diventa la porta verso qualcosa che sta dentro di noi.
Come la coperta di Linus permetteva al bambino di mantenere il legame con la madre assente, così l’amore per l’altro ci permette di toccare quella parte di noi che altrimenti resterebbe inaccessibile.
“È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.”
“Giocare” non significa frivolezza. Significa quella capacità di stare nello spazio intermedio, dove interno ed esterno si toccano. L’amore è il gioco più serio che esista.
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Perché non possiamo farlo da soli
C’è una trappola nella ricerca spirituale. Pensiamo di poter fare tutto da soli — meditare, elevarci, purificarci. E a volte la solitudine è necessaria. Ma se rimane solo solitudine, si trasforma in qualcos’altro.
Il passaggio diretto alla cura della nostra interiorità si traduce quasi sempre in egoismo spirituale. Crediamo di coltivare l’anima e stiamo solo nutrendo l’ego. Crediamo di elevarci e stiamo solo gonfiandoci.
L’altro ci salva da questa trappola. Perché l’altro non si lascia manipolare come i nostri pensieri. L’altro resiste. L’altro ha bisogni propri, desideri propri, un mistero proprio. L’altro ci costringe a uscire da noi stessi.
Ed è proprio uscendo da noi stessi che troviamo ciò che cercavamo dentro.
Il paradosso è questo: l’anima si trova solo quando la si dimentica. E la si dimentica quando ci si occupa dell’altro.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
Non da soli. Assieme.
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Una monade che è anche comunità
Il filosofo Leibniz immaginava ogni essere come una “monade” — un centro chiuso in se stesso, senza finestre sul mondo. Ma aveva torto, o almeno aveva ragione solo a metà.
Siamo monadi — centri unici, irripetibili, solitari nella nostra esperienza interiore. Ma siamo anche comunità — legati gli uni agli altri da fili invisibili, specchi gli uni degli altri.
La consapevolezza di questa doppia natura ci trasforma. Non siamo né isole né gocce dissolte nell’oceano. Siamo anelli di una catena — distinti ma connessi, autonomi ma interdipendenti.
E la catena, diceva Gregory Bateson, è quanto di più vicino possiamo intendere per l’idea di Dio.
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Nel prossimo articolo: L’ordine nascosto — cosa ci insegnano i frattali e un filosofo del Quattrocento sulla struttura segreta della realtà.
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Questo articolo fa parte della serie “La Cura è L’Altro” di Ennio Martignago per Il Franti
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