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Italia 2026: la restaurazione canora di un paese stanco

È un’Italia dove la fragilità è diventata linguaggio comune — 20 canzoni su 30 parlano di amori tormentati, e i giovani cantano il disagio come forma di autenticità — ma dove le istituzioni culturali premiano chi non disturba.

Chi ha avuto la sfortuna di assistere alla kermesse RAI di fine anno chiedendosi chi fosse quello chansonnier da Night Club che ha imperversato con canzonette nostalgiche del “come eravamo” oggi, nel dopo festival che doveva celebrare “Culo” ha avuto la sua risposta: SIAMO NOI! Noi italiani volgari e piccioni, che più vanno per aperitivi e più piangono miseria, quelli del si stava meglio quando si stava peggio, ma che non sa rinunciare a una buona magnata o ar ballo der quaqua . Vediamo perché.

Sal Da Vinci ha vinto il 76° Festival di Sanremo con “Per sempre sì”, un voto nuziale in musica che ha battuto per soli 0,3 punti percentuali il giovane rapper italo-tunisino Sayf, vincitore del televoto popolare ma sconfitto dalle giurie di stampa e radio. Questo scarto minimo tra un cantante napoletano di 56 anni e un venticinquenne di seconda generazione condensa in un numero l’intera tensione culturale dell’Italia di inizio 2026: un Paese che oscilla tra il bisogno di rassicurazione e la spinta al cambiamento, tra radici profonde e identità plurali. I critici italiani — da Rolling Stone Italia a Il Foglio, da Collettiva a Fanpage — hanno letto nel festival un atto deliberato di “restaurazione culturale”, un ritorno al perbenismo dopo il quinquennio dirompente di Amadeus. Il tutto sullo sfondo di una crisi internazionale in tempo reale: mentre si assegnava il primo premio, le notizie sull’attacco militare contro l’Iran irrompevano nella serata finale, e il pubblico dell’Ariston scandiva spontaneamente “Pace, pace.”


Un voto nuziale napoletano contro il rap multiculturale genovese

La vittoria di Sal Da Vinci rappresenta il trionfo della tradizione melodica partenopea al livello più alto della musica popolare italiana. “Per sempre sì” è strutturalmente un voto matrimoniale — “Io che per te ero solo un uomo sconosciuto / Poi diventato un re dal cuore innamorato” — pronunciato “davanti a Dio”, con il finale che scivola nel dialetto napoletano: “Accussì, sarrà pe sempe sì.” La produzione dei Merk & Kremont vi innesta un funk contemporaneo, ma l’anima è quella della sceneggiata napoletana ereditata dal padre Mario Da Vinci. Una canzone senza ironia, senza ambiguità psicologica, senza sfumature — “romanticismo integrale”, l’ha definita la critica.

Ma il dato politicamente più eloquente è il meccanismo di voto. Sayf, rapper italo-tunisino genovese di 26 anni, ha vinto il televoto con il 26,4% contro il 23,6% di Sal Da Vinci. Il pubblico — milioni di votanti, presumibilmente più giovani — ha scelto “Tu mi piaci tanto”, un collage poetico di contraddizioni italiane che cita Tenco, Cannavaro, Celentano e le alluvioni in Emilia, e contiene la frase antimilitarista “se ci armate, noi non partiamo.” Sono state le giurie istituzionali — stampa e radio, poche centinaia di persone — a ribaltare il risultato. Come ha sintetizzato Lifestyleblog.it: “Il pubblico è pronto per il cambiamento, le giurie ancora no.”


I temi lirici: un lessico emotivo tra fragilità, caduta e notte

L’analisi dei testi dei 30 brani in gara rivela un paesaggio emotivo coerente e rivelatore. La parola più ricorrente è “amore” (oltre 30 occorrenze), ma l’amore di Sanremo 2026 non è mai univoco: è eterno e sacro (Sal Da Vinci, Raf), imperfetto e adulto (Tommaso Paradiso), tossico e ossessivo (Samurai Jay, Chiello), filiale e materno (Serena Brancale alla madre defunta, Tommaso Paradiso alla figlia).

Dopo l’amore, dominano “male”, “paura”, “notte”, “tempo” — un vocabolario che l’Accademia della Crusca ha definito il “lessico emotivo di un’Italia stanca ma non sconfitta.” La caduta è la metafora centrale del festival: “Uomo che cade” di Tredici Pietro, “Ogni volta che non so volare” di Nigiotti, “la più ripida salita” di Sal Da Vinci. Il dolore come passaggio necessario verso la consapevolezza — il “Male necessario” di Fedez e Marco Masini, premio per il miglior testo — è quasi un manifesto generazionale. I più giovani normalizzano il disagio: “Non sono perfetto, sto male, e va bene così” è la frase-tipo della Gen Z sanremese, declinata da Chiello, Michele Bravi, Fulminacci, Nayt.

Due canzoni hanno rotto il perimetro sentimentale per entrare nel politico. “Stella stellina” di Ermal Meta ha trasformato una filastrocca per bambini in un lamento funebre per i bambini di Gaza — “Ho pensato anche di scappare, da una terra che non ci vuole, ma non so dove andare, tra muri e mare non posso restare” — generando un acceso dibattito tra chi lo accusava di “lacrime selettive” e chi lo celebrava come la coscienza morale del festival. “Italia Starter Pack” di J-Ax ha invece catalogato con ferocia satirica i vizi nazionali in chiave country-folk: “qui non si protesta per lo stipendio, solo per la pizza con l’ananas.”


Quattro generazioni su un palco, dal 1948 al 2004

Il cast dei 30 artisti copriva un arco generazionale di 55 anni — da Patty Pravo (77 anni, undicesima partecipazione, nata nella Venezia del dopoguerra) a LDA (22 anni, napoletano di seconda generazione televisiva). L’età media era 39 anni, con i Millennials come gruppo dominante (~16 artisti), seguiti dalla Gen Z (~30% del cast), dalla Generazione X e dai Baby Boomer.

Questa convivenza generazionale non è stata pacifica. I Boomer e la Gen X — Raf, Renga, Masini, Patty Pravo — hanno portato il peso della memoria e del repertorio classico. I Millennials — Arisa, Malika Ayane, Levante, Fedez, Ermal Meta — rappresentavano la generazione di mezzo, quella che ha vissuto la transizione dal cantautorato allo streaming. La Gen Z — Sayf, Ditonellapiaga, Fulminacci, Chiello, Eddie Brock — ha portato l’urgenza del presente: ansia sociale, precarietà identitaria, fluidità di genere e di genere musicale.

Il vincitore del Premio della Critica, Fulminacci (28 anni, romano), incarna perfettamente questa tensione: la sua “Stupida sfortuna” è meta-testuale — “E passeranno classifiche e Sanremi” — e autoironica, lodata sia dai critici che dall’Accademia della Crusca. Mentre Serena Brancale, jazzista pugliese che ha vinto sia il Premio della Sala Stampa sia il Premio TIM, ha cantato “Qui con me” indossando l’abito della madre defunta — un gesto che ha fatto piangere il teatro e che trasforma la moda in lutto performativo.

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Napoli al centro, l’Italia multiculturale alla porta

La geografia culturale di Sanremo 2026 ha un epicentro inequivocabile: Napoli. Il vincitore è napoletano. Luchè (rap napoletano, vestito in Louis Vuitton di Pharrell), LDA e Aka 7even (pop-urban partenopeo), Samurai Jay (urban latineggiante dell’hinterland napoletano) e lo stesso figlio di Sal Da Vinci come coautore del brano vincitore compongono un blocco culturale coeso. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi ha celebrato la vittoria come “riconoscimento dell’arte, dell’identità e dell’amore per le proprie radici.” Persino il passaggio di consegne a Stefano De Martino come conduttore del 2027 — annunciato in diretta per la prima volta nella storia del festival — rafforza l’egemonia napoletana: De Martino è di Torre Annunziata.

Ma il dato sociologicamente più significativo è Sayf (Adam Viacava), il quasi-vincitore. Italo-tunisino di Genova, suona la tromba, cita De André e la PFM, il suo collettivo si chiama “Genovarabe.” La sua biografia, come ha scritto la critica, “è già una sovrapposizione di appartenenze che la cultura dominante preferisce tenere separate.” Ha portato la madre Samia sul palco durante l’esibizione finale — uno dei momenti più emotivi del festival, in un’edizione ribattezzata “il Festival delle mamme” per la frequenza con cui gli artisti hanno coinvolto le proprie madri. Che il pubblico italiano lo abbia votato come primo e le giurie istituzionali lo abbiano retrocesso al secondo posto dice qualcosa di preciso sulla distanza tra la società reale e i suoi guardiani culturali.


Estetica dell’asimmetria e moda come narrazione

La scenografia di Riccardo Bocchini ha costruito un palco di 120 mq con 250 mq di pareti LED, 2.800 metri di strisce LED e una scala motorizzata a 13 gradini capace di 12 configurazioni diverse — onde, piani inclinati, effetti fluidi. Il concetto dichiarato: “L’asimmetria riflette la musica contemporanea — imprevedibile, fluida, mai statica.” L’orchestra era disposta su tre livelli, integrata nell’architettura visiva. Per la prima volta, l’audio era in Dolby Atmos.

Sul fronte moda, i critici hanno giudicato l’edizione non particolarmente iconica — troppo nero, troppi look seriali nelle prime serate. Ma i momenti rivelatori ci sono stati. Sal Da Vinci ha scelto deliberatamente l’anti-fashion: blazer asimmetrico, camicia nera, catena sotto la cravatta — “l’incrocio tra un parcheggiatore di lusso e un padrino di nozze anni ‘80 che in qualche modo funziona, commuove, fa cantare l’Ariston.” Non cerca un’identità perché ne ha già una. All’opposto, Luchè in Louis Vuitton e Arisa con una collana di diamanti da 500.000 euro (102 diamanti taglio kite) rappresentavano il lusso come statement. Ditonellapiaga ha indossato una maglietta stampata con il titolo della sua canzone “Che fastidio!” — diventata immediatamente oggetto virale. E le Bambole di Pezza — prima band interamente femminile nella storia di Sanremo — avevano “Give Peace a Chance” ricamato sull’abito della cantante.

Laura Pausini, co-conduttrice per tutte e cinque le serate, ha chiuso con un abito LED illuminato — l’unico momento in cui la tecnologia ha davvero invaso il corpo.


Il festival come specchio della “notte meloniana”

La lettura critica più affilata e coerente di Sanremo 2026 è quella della restaurazione. Il Foglio ha scritto che Conti ha “storicizzato lo stile della sua gestione all’insegna della tradizione morbida” e che il festival “celebra un’Italia calma e malinconica, raccolta attorno a una raffica di brani che sembrano scritti in un limbo temporale.” Il Fatto Quotidiano lo ha chiamato “un rito di autoconservazione della specie.” Collettiva, la più dura, ha parlato di “Sanremo a fari spenti nella notte meloniana”, notando che nell’omaggio per gli 80 anni della Repubblica le parole “fascismo”, “dittatura”, “Resistenza” e “partigiani” erano assenti, e la testata de L’Unità nella proiezione del referendum del 1946 era sfocata.

Il paradosso è che questa cautela istituzionale ha convissuto con un’esplosione di contenuti politici dal basso. Ermal Meta cuciva nomi di bambini palestinesi sul bavero ogni sera. Levante dichiarava che avrebbe rifiutato l’Eurovision per il “genocidio in atto.” L’Ariston ha scandito “Pace, pace” in diretta mentre arrivavano le notizie dall’Iran. Gino Cecchettin è apparso sul palco con 301 nomi di vittime di femminicidio dal 2023. Ma tutto questo, hanno notato i critici, è avvenuto nonostante la regia del festival, non grazie a essa. Come ha scritto Rolling Stone Italia, il festival era nato sotto il segno di “un Baudismo rassicurante” — riferimento a Pippo Baudo come archetipo del conduttore-garante dell’ordine.

Gli ascolti confermano questa lettura di transizione. La finale ha raccolto 11 milioni di spettatori con il 68,8% di share — numeri ancora formidabili, ma in calo significativo rispetto ai 13,4 milioni del 2025. Gli streaming su Spotify sono calati del 33% nelle prime 24 ore. CODACONS ha parlato di “flop.” Ma RAI ha incassato 72 milioni di euro in pubblicità, il 10% in più dell’anno precedente — a dimostrazione che il valore commerciale del rito sopravvive al suo valore culturale.


Cosa dice Sanremo 2026 sull’Italia

Il ritratto che emerge è quello di un Paese in sospensione. L’Italia di Sanremo 2026 cerca conforto nella tradizione (un vincitore napoletano che canta un voto d’amore eterno) ma il suo cuore popolare batte per il nuovo (un rapper italo-tunisino che le dice “tu mi piaci tanto” elencandone i difetti). È un’Italia dove la fragilità è diventata linguaggio comune — 20 canzoni su 30 parlano di amori tormentati, e i giovani cantano il disagio come forma di autenticità — ma dove le istituzioni culturali premiano chi non disturba.

Tre tensioni fondamentali definiscono questo momento:

  • Tradizione contro innovazione: la vittoria di Sal Da Vinci sulla spinta popolare verso Sayf cristallizza uno scontro tra un’Italia che dice “per sempre sì” e una che dice “ti amo solo di venerdì,” come ha scritto un commentatore. Le giurie hanno scelto la prima.
  • Identità nazionale contro identità plurale: la quasi-vittoria di Sayf, figlio di immigrati tunisini che cita De André e Cutugno con lo stesso amore con cui evoca le sue radici arabe, suggerisce che l’Italia multiculturale esiste già nella società ma fatica a essere riconosciuta dalle strutture istituzionali.
  • Evasione sentimentale contro impegno civile: il dominio delle ballate d’amore, la scelta di evitare parole politiche nella liturgia ufficiale del festival, coesistono con le irruzioni dal basso — Meta su Gaza, le Bambole di Pezza sulla pace, il pubblico che grida “Pace” mentre le bombe cadono sull’Iran.

Il passaggio di consegne da Carlo Conti a Stefano De Martino — 36 anni, ex ballerino di Amici, conduttore di “Affari Tuoi”, annunciato in un abbraccio in diretta nella platea dell’Ariston — è il gesto finale che sigilla questa edizione come un interregno. Il festival del 2026 non è stato una rivoluzione né una catastrofe. È stato il momento in cui l’Italia, guardandosi allo specchio dell’Ariston, ha scelto di riconoscersi nel volto familiare piuttosto che in quello nuovo — pur sapendo, nel profondo del televoto, che quel volto nuovo le somiglia già molto.


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Ennio Martignago
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