Sull’aereo del ritorno, un inventario di quasi-morti e silenzi

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Volo notturno, Chicago-Roma via Francoforte. Otto ore per pensare. Sotto di me l’Atlantico è nero come l’inchiostro, sopra le stelle sono così nitide che sembrano finte. Quassù, a undicimila metri, sospeso tra due continenti, posso finalmente fare i conti con quello che sono andato a cercare. Accanto a me un compagno di viaggio aveva partecipato allo stesso evento e, visto che dobbiamo condividere queste lunghe ore, tanto vale raccontarci di cosa? Naturalmente della ragione che ci ha portato qui rinunciando ad una tranquilla e rilassante vacanza al mare. Quello che segue è grosso modo la sua parte di racconto per come mi pare di ricordarla.

«Non sono partito per scrivere un reportage. Sono partito perché avevo bisogno di vedere se esisteva un posto dove la mia storia non fosse una patologia».


1978

«Avevo dieci anni. Forse undici, la memoria a quell’età è liquida. Mia nonna era morta da pochi mesi — la prima morte vera della mia vita, quella che ti insegna che le persone non tornano.

Una sera, in camera mia, mi sono svegliato nel buio con la certezza assoluta che lei fosse lì. Non la vedevo. Non la sentivo nel senso uditivo. Ma sapevo che era presente, come sai che qualcuno ti sta guardando anche senza voltarti.

Non avevo paura. Avevo una pace che non ho mai più provato allo stesso modo. Durò forse trenta secondi, forse un’eternità — il tempo, in quei momenti, non funziona.

Poi se ne andò. E io rimasi sveglio fino all’alba, con una domanda che non sapevo formulare ma che da allora non mi ha più lasciato: cos’era quello?

Non lo dissi a nessuno. A chi lo racconti, a dieci anni, in una famiglia italiana cattolica dove le cose si fanno ma non si dicono? Dove i morti si portano al cimitero la domenica, si prega per loro, ma guai a suggerire che potrebbero essere ancora qui, in qualche forma, a vegliare sui vivi?

Il tarlo si insediò quella notte. Non mi ha più lasciato.


Le volte che ho sfiorato

A ventisei anni, una macchina mi ha preso in pieno su un attraversamento pedonale a Milano. Ricordo l’impatto — un suono sordo, nessun dolore, solo stupore — e poi niente. Mi sono svegliato in ospedale con tre costole rotte e la clavicola in frantumi. Il medico ha detto che ero stato fortunato. Un metro più in là e sarebbe stato il cranio.

Non ho visto tunnel. Non ho incontrato nonne luminose. Solo buio, e poi le luci al neon del pronto soccorso. Ma nei mesi successivi — questo non l’ho mai detto a nessuno — qualcosa era cambiato. Una specie di leggerezza. Il traffico, le scadenze, le ansie che prima mi sembravano enormi adesso erano piccole, quasi ridicole. Come se avessi visto la scala delle cose da una prospettiva diversa.

A trentotto anni, un’aritmia durante un’immersione in apnea. Avevo esagerato, come sempre, volevo fare un metro in più. Il cuore ha deciso che no. Mi sono trovato a risalire di corsa, le orecchie che fischiavano, i polmoni che bruciavano, e per un istante — un istante lunghissimo — ho pensato: non ce la faccio. Finisce qui.

Non finì lì. Ma in quell’istante, quando il cervello aveva già accettato la possibilità, non c’era panico. C’era una strana resa, quasi dolce. Se è adesso, è adesso.

A quarantacinque anni, un intervento chirurgico che doveva essere di routine e non lo fu. Complicazioni, terapia intensiva, tre giorni in un limbo di tubi e monitor. Non ricordo molto. Ricordo un sogno — se era un sogno — in cui camminavo in un corridoio lunghissimo verso una porta che non raggiungevo mai. E una voce — non so di chi — che diceva: non ancora.

Mi sono svegliato con la sensazione di essere stato rimandato. Come uno studente a un esame: torna quando sei pronto.

Queste cose non le ho mai raccontate. A nessuno. Nemmeno alle persone più vicine.

Perché? Ci penso adesso, con l’Atlantico sotto e il ronzio dei motori che copre tutto. In America, all’Hilton, ho visto persone raccontare storie così a perfetti sconosciuti come se stessero descrivendo una vacanza. “Sì, nel ’94 ho avuto un arresto cardiaco, ho visto mia madre, mi ha detto di tornare, adesso vendo assicurazioni.” Nessun imbarazzo. Nessuna vergogna.


Il silenzio italiano

Ho chiuso gli occhi spiegando che non stavo dormendo, che mi stavano solo bruciando gli occhi, ma in realtà mi sentivo un po’ saturo di questi discorsi. Non vedevo l’ora di mettermi le cuffie e godermi l’altra parte del viaggio ascoltandomi le novità della settimana su Qobuz. Però se era vero che non volevo più ascoltare, non riuscivo a mettere a tacere il mio discorso interno su quello a cui avevo assistito e come avrei potuto divulgarlo. La considerazione che tornava ad emergere ad intralciare ogni ipotesi di progetto era sempre che da noi questi discorsi non potevano far presa.

In Italia — nella mia Italia — queste cose si tengono per sé. Se le racconti, diventi quello strano. Quello che “crede ai fantasmi”. Quello che forse dovrebbe farsi vedere da qualcuno.

Non è solo la Chiesa — anche se la Chiesa c’entra, con il suo monopolio millenario sulla morte e il suo disagio per tutto ciò che non passa dal confessionale. È qualcosa di più profondo. Un pudore culturale. Da noi le emozioni forti si mostrano solo ai funerali, e anche lì con parsimonia. Il resto va sotto il tappeto.

Ho letto, preparando questo viaggio, che il 75% degli italiani sogna i propri defunti. Tre su quattro. Ma solo una frazione infinitesimale ne parla. Abbiamo creato una nazione di sognatori segreti, ognuno con i suoi morti notturni chiusi a chiave nel cassetto dei ricordi inconfessabili.


I podcast delle tre di notte

Come sono arrivato all’IANDS? Colpa dell’insonnia, come tutto il resto.

Le tre di notte sono l’ora della verità. Quando non dormi, quando il cervello gira a vuoto, finisci in posti strani di internet. Forum, subreddit, canali YouTube con due visualizzazioni. E podcast. Tanti podcast.

Surviving Death su Netflix l’ho guardato una notte di febbraio, durante un’influenza che non passava. Poi The Telepathy Tapes. Poi un canale di interviste a “experiencer” che sembrava girato nel seminterrato di qualcuno ma aveva una crudezza che mi teneva incollato.

Le storie erano tutte diverse e tutte uguali. Il tunnel, la luce, i defunti che accolgono, la rassegna della vita, la sensazione di amore totale, il ritorno forzato. Come se esistesse un copione universale a cui tutti inconsciamente attingono.

I neuroscienziati hanno le loro spiegazioni — l’ipossia cerebrale, il rilascio di endorfine, il cervello che va in crash e produce allucinazioni coerenti. Va bene, può essere. Ma questo non spiega perché, dopo queste esperienze, le persone cambiano. Diventano più gentili, meno materialiste, perdono la paura della morte. Se è solo chimica, è una chimica trasformativa.

E soprattutto: perché in America possono parlarne e qui no?


Quello che non oso chiedere

C’è una scena della conferenza che mi torna in mente. Un workshop sulle “esperienze straordinarie del lutto” — quando senti la presenza del defunto, ricevi segni, sogni che sembrano visite.

Una donna sulla sessantina raccontava del marito morto. Nei giorni dopo il funerale, trovava sempre una piuma bianca sui davanzali. Dentro casa. In luoghi dove era impossibile che entrasse un uccello. Ogni volta che aveva un dubbio, una decisione difficile, appariva la piuma.

Non piangeva raccontando. Sorrideva. “So che sembra pazzesco” — ha detto — “ma non mi importa più se la gente pensa che sono pazza. Lui è lì. Lo so.”

Nella sala c’erano almeno cinquanta persone. Tutte annuivano. Molte si asciugavano gli occhi. Nessuna rideva.

Sono rimasto in silenzio, a prendere appunti come un giornalista. Perché è più facile osservare che partecipare. Perché anche in un luogo dove tutti parlano, io — italiano fino al midollo — non riesco a farlo.


Il ritorno

L’aereo comincia la discesa verso Francoforte. Tra poco lo scalo, poi Roma, poi casa. Poi cosa?

Porto con me una valigia di storie altrui e una vita di storie mie mai dette. Porto la consapevolezza che esiste, da qualche parte, una comunità di persone che non ti guardano storto se dici che tua nonna è venuta a trovarti in camera da letto nel 1978. Porto anche il disagio per gli stand delle saune e i cristalli a ottanta dollari.

Ma soprattutto porto una domanda: cosa esiste, in Italia, per chi cerca quello che cercavo io?

Dove vanno i miei connazionali quando, alle tre di notte, non dormono e digitano “vita dopo la morte” su Google? Chi li accoglie? Chi li ascolta senza ridere, senza medicalizzare, senza cercare di vendergli qualcosa?

Ho trovato qualche traccia prima di partire. Un’associazione, NDERS, la prima italiana dedicata alle esperienze di premorte. Duecentocinquanta iscritti al gruppo Facebook. Di cui solo quattro o cinque hanno mai raccontato pubblicamente la propria storia. Gli altri leggono, annuiscono in silenzio, mandano messaggi privati.

È poco. È pochissimo. Ma è un inizio.

Atterro con la promessa — a me stesso, non a voi — di andare a vedere. Di cercare la mia tribù a casa mia. Se esiste.

E se non esiste, di capire perché.


[2/5 — Continua]


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1 Comment

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    Cristina Merlo says:

    Una mia zia raccontava tranquillamente i suoi sogni, in cui comparivano i genitori. Li aspettava. Non sogno né nonni né genitori, li sento spesso vicini: la nonna materna alla mia destra la sera; la mano di mio papà, quella che accarezzai dicendogli addio da qui e poi accadde l’ arrivo della potenza, ma questo resterà tra noi. Al nonno materno una sera, in cui stavo molto male, dissi: vai, vai Altrove, ora ce la faccio. Mia mamma la chiamo, come se potessimo telefonarci. Tutti fatti che capitano spesso, per me sono scontati, sono parte della mia vita. I loro visi sono tutti con me.

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