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Il malessere che non si cura da soli: anomia e disagio psichico nell’epoca post-COVID

L’anomia contemporanea non è forse il sintomo di una transizione incompiuta? La digitalizzazione ha frammentato le sfere pubbliche condivise; la precarizzazione ha dissolto le identità professionali stabili; l’IA promette di rendere obsolete competenze che definivano intere categorie di lavoratori. Ma quale nuova configurazione sociale sta emergendo da queste dissoluzioni?

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L’aumento del 25% di ansia e depressione a livello globale nel primo anno della pandemia, certificato dall’OMS nel 2022, non è semplicemente il residuo psicologico di un’emergenza sanitaria. È il sintomo visibile di una frattura più profonda nel tessuto sociale—ciò che la sociologia classica chiamava anomia: quello stato di smarrimento collettivo che emerge quando le norme condivise si dissolvono prima che nuove se ne stabiliscano. La domanda che questo articolo esplora è tanto semplice da formulare quanto complessa da risolvere: se la “malattia” è sociale, può la “cura” essere individuale?

I dati sono inequivocabili: 16 milioni di italiani riportano disturbi psicologici medio-gravi nel 2024 (con un incremento del 6% rispetto al 2022), le prescrizioni di psicofarmaci per minori sono più che raddoppiate in otto anni, e il 49,4% dei giovani italiani tra i 18 e i 25 anni riferisce sintomi ansioso-depressivi post-pandemici. Parallelamente, la sfiducia nelle istituzioni è ai minimi storici, la polarizzazione politica si è intensificata, e il Surgeon General americano ha dichiarato la solitudine una “epidemia” paragonabile, per impatto sulla salute, al fumo di 15 sigarette al giorno. Tutto questo mentre i servizi di salute mentale pubblici italiani ricevono appena il 2,9% del Fondo Sanitario Nazionale— la metà della soglia minima raccomandata.


Da Durkheim al presente: la genealogia di un concetto diagnostico

Emile Durkheim

Il termine “anomia” ha una storia filosofica che precede la sua appropriazione sociologica. Fu Jean-Marie Guyau nel 1885 a introdurlo con una connotazione sorprendentemente positiva: l’assenza di legge morale fissa come espressione di libertà individuale in un’epoca post-religiosa. Durkheim ne invertì il significato. Ne La divisione del lavoro sociale (1893) e soprattutto nel Suicidio (1897), l’anomia diventa patologia: la “malattia dell’infinito”, quel desiderio senza limite che nasce quando le transizioni sociali rapide dissolvono i riferimenti normativi tradizionali prima che ne emergano di nuovi.

Robert K. Merton trasformò ulteriormente il concetto nel 1938, spostando l’attenzione dalla dissoluzione dei limiti alla discrepanza tra mete culturali (successo, ricchezza) e mezzi legittimi per raggiungerle. Nella società americana che Merton analizzava, tutti erano socializzati ad aspirare al “sogno americano”, ma non tutti disponevano delle risorse per realizzarlo legittimamente. L’anomia diventava così lo spazio del blocco delle opportunità, generatore di devianza e sofferenza.

La letteratura sociologica contemporanea propone oggi ulteriori declinazioni. Un articolo del 2020 su Sociologica teorizza un’”anomia interazionale” specificamente pandemica: il crollo dell’ordine rituale delle interazioni quotidiane—strette di mano abolite, abbracci sospetti, prossimità ridefinita—ha generato incertezza su come comportarsi, dissolvendo quelle micro-regole goffmaniane che costituiscono il tessuto invisibile della socialità. Nel 2025, Sociology Compass propone invece un’“anomia digitale” in cui gli algoritmi frammentano la cognizione morale condivisa: gli studi citati indicano che l’interazione tra fattori tecnologici e culturali spiega il 68% della varianza nell’anomia contemporanea.

In questi frangenti, sosteneva Durkheim:

Emile Durkheim

“Non si sa più ciò che è possibile e ciò che non lo è , ciò che è giusto e ciò che non è giusto, quali sono le rivendicazioni e le speranze legittime, quali quelle che vanno oltre la misura


L’epidemia silenziosa: i numeri del disagio post-lockdown

I dati empirici sul disagio psicologico post-COVID mostrano un’escalation che non può essere ridotta a “stress passeggero”. Negli Stati Uniti, l’uso di antidepressivi è passato dal 9,8% della popolazione nel 2019 all’11,4% nel 2023. In Europa, il consumo medio di antidepressivi è aumentato del 147% in vent’anni, con picchi impressionanti: +577% in Repubblica Ceca, +304% in Portogallo, +256% nel Regno Unito. L’Islanda detiene il record mondiale con 157 DDD (dosi definite giornaliere) per 1.000 abitanti.

Ma è la crisi dei giovani a rappresentare il dato più allarmante. Fino al 25% dei giovani nei paesi OCSE/UE27 ha riportato ideazione suicidaria durante la pandemia—cinque volte i livelli pre-pandemici. Negli USA, i suicidi tra i 10-24enni sono aumentati del 62% dal 2007 al 2021, con incrementi particolarmente drammatici tra i giovani afroamericani (+144%). All’Ospedale Bambino Gesù di Roma, le consulenze psichiatriche sono passate da 250 l’anno nel 2013 a 1.850 nel 2022-2023, con il 60% relative all’autolesionismo.

In Italia, l’indice di salute mentale ISTAT mostra un deterioramento persistente soprattutto tra donne e giovani. Le prescrizioni di psicofarmaci per minori sono più che raddoppiate dal 2016 al 2024: da 20,6 a 59,3 confezioni per 1.000 bambini. Il fenomeno è particolarmente marcato nella fascia 12-17 anni, con una prevalenza dell’1,17%. L’AIFA attribuisce esplicitamente parte dell’aumento all’impatto del COVID-19 sulla salute mentale giovanile.

A questi dati si affiancano fenomeni sociali correlati che configurano un quadro di disgregazione più ampia. Il Trust Barometer di Edelman 2024 registra che i governi sono sfiduciati in 17 paesi su 28 esaminati, con tassi di fiducia del 30% nel Regno Unito, 40% negli USA, 42% in Germania. Circa il 50% degli adulti americani sperimentava livelli misurabili di solitudine già prima della pandemia. La riduzione delle interazioni sociali tra i giovani 15-24enni è del 70% rispetto a vent’anni fa.


La privatizzazione dello stress: quando il sociale diventa patologia individuale

Mark Fisher, teorico culturale britannico scomparso nel 2017, ha fornito una delle critiche più influenti alla medicalizzazione del disagio. Il suo concetto di “privatizzazione dello stress” descrive il processo attraverso cui problemi sistemici vengono riformulati come fallimenti individuali. “Invece di accettare la vasta privatizzazione dello stress avvenuta negli ultimi trent’anni,” scriveva Fisher in Realismo capitalista, “dobbiamo chiederci: come è diventato accettabile che così tante persone, specialmente così tanti giovani, siano malate?”

Per Fisher, il realismo capitalista—l’incapacità diffusa di immaginare alternative al sistema economico esistente—produce effetti diretti sulla salute mentale. La depressione non viene vissuta collettivamente: “al contrario, assume precisamente la forma della decomposizione della collettività in nuove modalità di atomizzazione.” I lavoratori sono stati convinti ad accettare condizioni deteriorate come “naturali” e a cercare dentro di sé—nella propria chimica cerebrale o storia personale—le fonti di qualsiasi stress provino.

Questa critica si articola su più livelli. Il primo è epistemologico: “Senza dubbio tutte le malattie mentali sono istanziate neurologicamente, ma questo non dice nulla sulla loro causazione. Se è vero, ad esempio, che la depressione è costituita da bassi livelli di serotonina, ciò che va ancora spiegato è perché particolari individui abbiano bassi livelli di serotonina. Questo richiede una spiegazione sociale e politica.”

Il secondo livello è politico. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), secondo Fisher, è “il compagno perfetto del neoliberismo, poiché personalizza i problemi e colloca la responsabilità di risolverli ai piedi degli individui.” Non che la CBT non funzioni per gli individui—ma il suo effetto aggregato è di oscurare le cause strutturali della sofferenza, rendendo impensabile una risposta collettiva.

Byung-Chul Han, filosofo coreano-tedesco, sviluppa una critica parallela. In La società della stanchezza (2010), Han descrive il passaggio dalla “società disciplinare” di Foucault a una “società della prestazione” caratterizzata non più dalla repressione esterna ma dall’auto-sfruttamento. “L’eccesso di lavoro e di prestazione si intensifica in auto-sfruttamento. Questo è più efficiente dell’allo-sfruttamento, perché è accompagnato dal sentimento di libertà. Lo sfruttatore è simultaneamente lo sfruttato.”

In questa configurazione, la depressione non è l’effetto di un’oppressione identificabile, ma il collasso dell’individuo sotto il peso di aspettative interiorizzate senza limite. “Il lamento dell’individuo depresso, ‘Niente è possibile’, può verificarsi solo in una società che pensa ‘Niente è impossibile.’” Il burnout rappresenta la conseguenza patologica di un’auto-sfruttamento volontario che non ha più un nemico esterno contro cui rivoltarsi.


Il DSM come tecnologia di normalizzazione

Le critiche alla medicalizzazione convergono sull’analisi del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) dell’American Psychiatric Association. La sua espansione è stata impressionante: da 108 disturbi nel 1952 a 354 categorie nel 1994, fino alle 991 pagine dell’edizione del 2013. Allen Frances, che presiedette il task force del DSM-IV, è diventato uno dei critici più acuti del processo che aveva contribuito a guidare.

“Nel preparare il DSM-IV, abbiamo tentato di contenere l’inflazione diagnostica e la medicalizzazione della normalità; tuttavia, abbiamo fallito,” ha scritto Frances. “Negli ultimi 20 anni, gli Stati Uniti hanno sperimentato epidemie-moda di ADHD, autismo e disturbo bipolare.” Frances avverte che ogni allargamento delle categorie diagnostiche produce nuovi mercati farmaceutici: “L’esperienza insegna che ogni volta che il rubinetto diagnostico non viene ristretto, i ricavi delle aziende farmaceutiche aumentano.”

I conflitti di interesse documentati sono significativi. Uno studio di Cosgrove e colleghi ha rilevato che il 56% dei membri dei panel del DSM-IV aveva legami finanziari con l’industria farmaceutica—percentuale salita al 69% per il DSM-5. Per i panel “Disturbi dell’Umore” e “Schizofrenia”, la percentuale era del 100%. Nei tre anni precedenti il loro lavoro sul DSM-5-TR, i contributori avevano ricevuto 14,2 milioni di dollari in pagamenti dall’industria.

Un caso emblematico è la rimozione dell’“esclusione del lutto” nel DSM-5. In precedenza, ai clinici si consigliava di non diagnosticare depressione maggiore durante i due mesi di elaborazione del lutto successivi a un decesso. Ora la diagnosi può essere posta già due settimane dopo la perdita. Il confine tra reazione normale alla morte e patologia si è spostato drammaticamente.

La tradizione italiana offre una prospettiva critica distintiva. Franco Basaglia (1924-1980), protagonista della chiusura dei manicomi italiani culminata nella Legge 180 del 1978, sosteneva che “la psichiatria è stata usata come fornitore all’establishment di supporto scientifico per il controllo sociale.” Il suo metodo—“mettere tra parentesi” la diagnosi per vedere la persona sofferente piuttosto che la categoria di malattia—rappresentava un approccio fenomenologico che riconosceva quanto le caratteristiche attribuite alla malattia mentale fossero in realtà conseguenze delle condizioni istituzionali.


Precarietà, gig economy e il nuovo precariato anomico

La teoria dell’anomia trova applicazione particolarmente feconda nell’analisi delle condizioni di lavoro contemporanee. L’economista Guy Standing ha identificato esplicitamente l’anomia come una delle quattro “A” che definiscono la condizione del “precariato”—insieme ad alienazione, ansia e rabbia. L’anomia, nella sua analisi, deriva dalla bassa probabilità di mobilità ascendente: la disperazione di sfuggire a uno status precario permanente.

Ricerche empiriche confermano il collegamento tra lavoro di piattaforma e malessere psicologico. Uno studio canadese del 2021 su circa 5.000 lavoratori ha rilevato che chi lavora per piattaforme digitali riporta maggiori livelli di impotenza e solitudine, un’associazione non interamente spiegata dalla maggiore precarietà economica. Il controllo algoritmico—l’impossibilità di negoziare con un “capo” umano, la valutazione costante tramite rating, l’opacità delle decisioni che influenzano il proprio reddito—emerge come meccanismo chiave che collega il lavoro di piattaforma alla sensazione di impotenza.

David Graeber, antropologo e teorico anarchico, ha sviluppato il concetto di “bullshit jobs”—lavori la cui inutilità è percepita dagli stessi lavoratori. Benché la sua tesi specifica su quali lavori siano “bullshit” sia stata contestata empiricamente (la percentuale di lavoratori che considerano il proprio lavoro inutile è bassa e in calo), ricerche successive confermano che la percezione di svolgere un lavoro privo di senso è fortemente associata a malessere psicologico, anche controllando per altri fattori. L’alienazione marxiana, suggeriscono gli studiosi, cattura meglio questa dinamica rispetto alla teoria di Graeber: ambienti di lavoro tossici e management disfunzionale sono i veri predittori.

L’emergere dell’intelligenza artificiale generativa aggiunge una nuova dimensione. Il World Economic Forum ha recentemente identificato un nascente “precariato dell’IA”—non solo disoccupazione o sottoccupazione, ma perdita di identità e significato quando il lavoro che definiva la propria esistenza diventa obsoleto. Ricerche su professionisti licenziati negli USA mostrano che quasi la metà riporta la perdita di identità come l’aspetto più difficile: “Non so più chi sono.”

L’identità umana è stata legata al lavoro per generazioni—come contribuiamo, come guadagniamo da vivere, come troviamo significato attraverso la produttività. L’IA minaccia di assumere compiti “che pensavamo solo noi potessimo fare”—scrivere, comporre musica, diagnosticare malattie. Il rischio è quello che i teorici chiamano “minaccia identitaria da IA”: quando le situazioni contraddicono la propria identità, questo conduce a perdita di autostima e azioni protettive che possono includere ritiro, rabbia, o estrema passività.


Wellness e resilienza: il disagio come responsabilità individuale

La critica si estende anche a quei discorsi apparentemente “progressisti” che promuovono benessere e resilienza. Carl Cederström e André Spicer, nel loro The Wellness Syndrome (2015), diagnosticano come “le visioni di cambiamento sociale siano state ridotte a sogni di trasformazione individuale, il dibattito politico sostituito da moralismo insipido.” Il wellness opera come “domanda morale di essere felici e sani,” generando colpa e ansia quando gli individui falliscono nell’ottimizzarsi.

Ronald Purser sviluppa una critica parallela della mindfulness in McMindfulness (2019). “La mindfulness, come la psicologia positiva e la più ampia industria della felicità, ha depoliticizzato e privatizzato lo stress.” Il messaggio implicito è: se non puoi cambiare le tue circostanze, cambia le tue reazioni alle circostanze. Ma questo, osserva Purser, “ignora con negligenza la necessità di trasformazione sociale e politica, rinforzando lo status quo neoliberale.”

Il concetto stesso di “resilienza” è stato decostruito come ideologia. La letteratura accademica documenta come la resilienza sia stata “costruita per dirigere la colpa sugli individui, piuttosto che sulle forze sociali o politiche potenti.” Quando la forza mentale è vista come originante dentro l’individuo, “qualsiasi fonte esterna di oppressione o sofferenza viene scusata o ignorata.” Si chiede agli individui di “riprendersi dall’avversità” piuttosto che sfidare una società che produce condizioni intollerabili. Un articolo recente propone di ricontestualizzare la resilienza “come un evento avverso, più analogo a tessuto cicatriziale che a un paradigma di trattamento affidabile.”


La cura può essere individuale quando la malattia è sociale?

La tensione centrale emerge con chiarezza: se il disagio ha cause strutturali, può avere soluzioni individuali? I critici sostengono di no, articolando l’argomento su tre livelli.

Primo, la terapia individuale non può affrontare le cause strutturali. Se la depressione deriva da impiego precario, alloggio inaccessibile, o atomizzazione sociale, il trattamento individuale affronta i sintomi lasciando intatte le cause. “Non puoi ‘curare’ l’individuo dal disagio causato da povertà, lavoro precario, o insicurezza abitativa con farmaci o terapia soltanto.”

Secondo, la terapia può essere iatrogena a livello collettivo. Aiutando gli individui ad “affrontare” la situazione, gli interventi terapeutici possono ridurre la pressione collettiva per il cambiamento, funzionando come quello che Fisher chiamava un “oppiaceo” che “non arriva alle fonti di quel tipo di miseria.”

Terzo, lo squilibrio di scala. Gli interventi individuali non possono affrontare cambiamenti a livello di popolazione nei tassi di malattia mentale che correlano con fattori macro-sociali (disuguaglianza, austerità, neoliberalizzazione). Le ricerche mostrano sistematicamente che i paesi con regimi di welfare socialdemocratico e maggiori spese sociali presentano migliori esiti di salute mentale. Dopo la crisi del 2008, i tassi di suicidio maschile sono aumentati nei paesi dell’austerità (Regno Unito, Grecia, Spagna, Portogallo) ma non in quelli che hanno mantenuto forti sistemi di welfare.

Gli esperimenti politici offrono evidenze promettenti. L’esperimento finlandese sul reddito di base ha rilevato che i beneficiari “descrivevano il loro benessere più positivamente rispetto al gruppo di controllo. Erano più soddisfatti delle loro vite e sperimentavano meno tensione mentale, depressione, tristezza e solitudine.” Il trial britannico della settimana lavorativa di quattro giorni ha mostrato che il 71% dei dipendenti riportava riduzione del burnout, il 39% meno stress, e i giorni di malattia si riducevano del 65%. Modellizzazioni della RSA suggeriscono che un reddito di base universale progettato per soddisfare standard minimi di reddito eviterebbe o ritarderebbe oltre 500.000 casi di ansia e depressione tra i giovani in un decennio.


Il caso italiano: tra eredità basagliana e smantellamento del welfare

L’Italia rappresenta un caso di studio peculiare. Da un lato, è il paese che per primo al mondo ha abolito i manicomi con la Legge 180 del 1978, istituendo un modello di salute mentale comunitaria studiato internazionalmente e che Trieste ancora oggi incarna come Centro Collaboratore dell’OMS. Dall’altro, i servizi pubblici di salute mentale sono cronicamente sottofinanziati.

La spesa italiana per la salute mentale è scesa dal 3,49% del Fondo Sanitario Nazionale nel 2015 al 2,9% nel 2022— lontanissima dal minimo raccomandato del 5% e dalla media dei paesi ad alto reddito che supera il 10%. I Dipartimenti di Salute Mentale dispongono di sole 29.000 unità di personale per seguire oltre 850.000 pazienti. C’è un solo psicologo pubblico ogni 11.600 abitanti. Il Collegio Nazionale dei Direttori dei DSM stima una carenza di oltre 7.500 operatori.

Il “Bonus Psicologo”, introdotto nel 2022, rappresenta emblematicamente le contraddizioni della risposta politica. Pensato per facilitare l’accesso alla psicoterapia, il suo finanziamento iniziale di 25 milioni di euro è stato ridotto a 10 milioni nel 2024 e 8,5 nel 2025-2026. Delle oltre 400.000 domande ricevute nel 2022, ne sono state accolte appena 16.000- 41.000 (a seconda delle fonti). I critici lo definiscono “specchietto per le allodole”: crea false speranze senza affrontare il deficit strutturale dei servizi pubblici.

Psichiatria Democratica, il movimento fondato nel 1973 anche da Basaglia, continua a costituire una voce critica organizzata—rarità nel panorama internazionale. La sua posizione è netta: ciò che sta avvenendo è una “neo-istituzionalizzazione” in nuove forme. Il ritorno a una psichiatria medicalizzante, la crescita delle strutture residenziali private, il persistere della contenzione meccanica (con 7.534 episodi registrati nel 2022 in 12 regioni) tradiscono l’eredità basagliana. Il Friuli Venezia Giulia resta l’unica regione italiana che non pratica la contenzione nei reparti psichiatrici— testimonianza di un’altra possibilità.


Verso una sospensione critica

Questo articolo non intende offrire risposte definitive a una tensione irrisolvibile—almeno non all’interno delle coordinate politiche ed economiche esistenti. I critici hanno ragione nel segnalare come la medicalizzazione del disagio serva funzioni politiche: rimuove la risposta collettiva dall’agenda, mantiene le strutture di potere esistenti, genera profitti farmaceutici, devia l’attenzione dalle cause strutturali. La CBT può essere efficace per l’individuo e simultaneamente contribuire all’occultamento delle determinanti sociali della sofferenza.

Ma le persone soffrono ora, e la trasformazione strutturale richiede tempo. Dire a chi è depresso che il suo malessere è “causato dal capitalismo” non lo aiuta a funzionare domani. Come osserva Fisher stesso, il punto non è “uscire dalla depressione per tornare al lavoro che ha causato la depressione.” Ma quale sarebbe l’alternativa pratica?

La genealogia dell’anomia offre forse un orientamento. Da Guyau a Durkheim a Merton, il concetto ha sempre designato stati di transizione—momenti in cui vecchi quadri normativi si dissolvono prima che nuovi emergano. L’anomia contemporanea non è forse il sintomo di una transizione incompiuta? La digitalizzazione ha frammentato le sfere pubbliche condivise; la precarizzazione ha dissolto le identità professionali stabili; l’IA promette di rendere obsolete competenze che definivano intere categorie di lavoratori. Ma quale nuova configurazione sociale sta emergendo da queste dissoluzioni?

Mark Fisher invitava a “convertire la depressione in rabbia politica” come “progetto politico urgente.” Ma la rabbia senza progetto può diventare risentimento sterile o alimentare populismi regressivi. Forse ciò che serve è tenere insieme due movimenti apparentemente contraddittori: da un lato, non rinunciare all’aiuto che la terapia e—quando appropriati—i farmaci possono offrire a chi soffre ora; dall’altro, non perdere mai di vista che quell’aiuto individuale non può essere la soluzione finale a un problema che è, nella sua genesi, irriducibilmente sociale.

La domanda se questa “epidemia di malessere” sia risolvibile individualmente o richieda trasformazioni sistemiche ha forse una risposta duplice: non può essere risolta solo individualmente, ma nemmeno può attendere passivamente la rivoluzione. Ciò che manca, forse, è proprio quella capacità di immaginare e costruire forme di solidarietà collettiva che Fisher identificava come la vittima principale del realismo capitalista—l’idea che “non c’è alternativa.” Ricostruire quella capacità di immaginazione potrebbe essere già, in sé, una forma di cura.


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Ennio Martignago