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Cover Stories - Temi di riflessione

Lo sterco del diavolo sta andando a male

Steiner diceva che il salario è l’ultimo residuo della schiavitù. L’IA non distrugge posti di lavoro: rende visibile che erano già una finzione

Il paradosso che nessuno vuole nominare: quando il denaro perde senso

Esiste un momento preciso in cui una contraddizione smette di essere teorica e diventa visibile a occhio nudo. Per il rapporto tra lavoro, denaro e valore, quel momento è adesso — e nessuno sembra avere un nome adeguato per ciò che sta succedendo.

Proviamo a descriverlo senza filtri ideologici. L’intelligenza artificiale produce valore economico reale e misurabile, lo produce a velocità e scala che nessun salariato può eguagliare, e non chiede compenso. Le aziende che la adottano aumentano la produttività, riducono il personale e registrano profitti record. Fin qui sembra una storia già sentita — la macchina che sostituisce il lavoratore è vecchia almeno quanto il telaio di Jacquard. Il problema è che stavolta la scala è diversa, e diversa è soprattutto la categoria di lavoro coinvolta: non il lavoro fisico, non la catena di montaggio, ma il lavoro cognitivo, impiegatizio, amministrativo, professionale. Quello che nel Novecento aveva costituito la spina dorsale della classe media.

McKinsey ha stimato nel novembre 2025 che il 57% delle ore lavorative negli Stati Uniti potrebbe essere automatizzato con tecnologie già esistenti. Il WEF prevede 92 milioni di posti eliminati entro il 2030, a fronte di 170 milioni di nuovi — un saldo teoricamente positivo che però nasconde una discontinuità brutale: i posti eliminati esistono oggi, i posti creati esistono solo nelle proiezioni, e richiedono competenze che la maggior parte dei lavoratori spostati non ha e non può acquisire in tempi compatibili con il mutuo da pagare il mese prossimo.

Ma il problema più profondo non è l’occupazione in sé. È il circuito che si spezza.

La spirale che nessun manuale prevede

Il sistema economico contemporaneo si regge su un’equazione implicita di straordinaria semplicità: le aziende pagano salari, i salariati usano quei salari per comprare prodotti, le aziende vendono i prodotti e reinvestono i ricavi in salari. Il ciclo è circolare, relativamente stabile, e ha funzionato — con le dovute crisi e aggiustamenti — per almeno due secoli.

L’intelligenza artificiale introduce una variabile che il circuito non contempla: un produttore di valore che non consuma. Un modello di IA genera testi, analisi, codice, diagnosi, contratti, immagini — produce, in senso economico preciso — ma non compra pane, non paga l’affitto, non va in vacanza. Il valore che crea si accumula agli azionisti delle aziende che la possiedono, riducendo al contempo la massa salariale di quell’economia. Meno salari significa meno potere d’acquisto. Meno potere d’acquisto significa meno consumi. Meno consumi significa meno produzione. Meno produzione significa meno salariati. Meno salariati significa ancora meno potere d’acquisto. E così via, in una spirale discendente che assomiglia pericolosamente alla deflazione da debito descritta da Irving Fisher negli anni Trenta — con l’aggravante che nessuna banca centrale ha gli strumenti per iniettare domanda in un’economia in cui la causa del problema non è la mancanza di liquidità ma la mancanza di distribuitori di quella liquidità.

I dati mostrano già i sintomi. L’Economic Policy Institute documenta che dal 1979 la produttività americana è cresciuta otto volte più rapidamente della retribuzione tipica dei lavoratori. I profitti aziendali hanno raggiunto percentuali del PIL storicamente inedite. La concentrazione della ricchezza ha livelli che non si vedevano dall’era dei Robber Baron. L’IA non ha creato questo divario, ma lo sta accelerando con una velocità che rende urgente una domanda che finora è rimasta nell’angolo della teoria: se il lavoro smette di essere il meccanismo primario di distribuzione del reddito, cosa lo sostituisce?

Le risposte sbagliate (e perché lo sono)

Di fronte a questa domanda, il panorama delle risposte disponibili è desolante nella sua prevedibilità. Da destra si dice che il mercato creerà nuovi lavori, come ha sempre fatto — una tesi storicamente non del tutto infondata, ma che ignora la discontinuità qualitativa dell’automazione cognitiva e soprattutto i tempi di adattamento, che nel caso della rivoluzione industriale si misurano in generazioni, non in trimestri. Da sinistra si propone di tassare i robot, redistribuire i profitti, rafforzare i sindacati — misure che affrontano i sintomi ma non la contraddizione di fondo: in un’economia in cui il valore viene prodotto sempre più da sistemi non umani, la lotta per quote salariali più alte è una guerra al confine sbagliato.

Il reddito di base universale, nella versione popolarizzata da Sam Altman, Elon Musk e una schiera crescente di tecno-ottimisti, sembra la risposta più coraggiosa — e in parte lo è. L’idea che ogni persona riceva un reddito indipendentemente dal lavoro rompe l’equazione salario-sopravvivenza che ha strutturato la modernità. Ma nella versione mainstream resta un palliativo: redistribuisce i proventi dell’economia esistente senza interrogarne le fondamenta. Non risponde alla domanda su chi possiede i sistemi di IA, come si forma il loro valore, perché quel valore dovrebbe circolare invece di accumularsi, e su quale base giuridica e culturale potrebbe funzionare una società in cui il legame tra lavoro e dignità è definitivamente spezzato.

In questo vuoto di risposte, diventa curioso — e sintomatico — che la proposta intellettualmente più coerente sia stata formulata non da un economista contemporaneo, ma da un filosofo austriaco morto nel 1925, in una serie di conferenze tenute a Dornach nel luglio del 1922.

L’uomo che aveva già visto il problema

Rudolf Steiner non era un economista nel senso accademico del termine. Era un filosofo, un mistico, il fondatore dell’antroposofia — il che ha garantito che le sue idee economiche fossero sistematicamente ignorare dalla scienza economica mainstream, relegandole nell’angolo confortante delle curiosità esoteriche. Ma la sua analisi della crisi del lavoro moderno è di una precisione che mette a disagio.

Nel 1919, nel testo che costituisce il cuore della sua proposta sociale, Steiner scrisse che il salario è “l’ultimo residuo della schiavitù”. Non come provocazione retorica, ma come argomentazione storica: nell’antichità si vendeva l’intero essere umano, nel feudalesimo si vendeva una parte del suo tempo e della sua produzione, nel capitalismo si vende la “forza-lavoro” — una finzione che tratta l’attività creativa e cognitiva dell’essere umano come una merce con un prezzo di mercato. Questa finzione, sosteneva Steiner, genera distorsioni che nessun aggiustamento quantitativo può correggere, perché il problema è qualitativo: il lavoro umano non è una merce, e fingere che lo sia produce patologie strutturali nell’organizzazione sociale.

La soluzione che proponeva si chiama Dreigliederung — triarticolazione dell’organismo sociale — e si basa su una premessa apparentemente semplice: la società funziona male perché mescola tre sfere che devono restare autonome. La sfera economica (produzione, distribuzione, consumo), la sfera giuridica (i diritti e i doveri tra persone in quanto cittadini eguali), la sfera culturale (educazione, scienza, arte, vita spirituale). Quando una delle tre sfere colonizza le altre, emerge una patologia: la teocrazia quando la cultura domina tutto, il capitalismo deregolato quando l’economia domina tutto, lo stato totalitario quando il diritto domina tutto.

Il nodo cruciale è monetario. Steiner distingueva tre forme di denaro con funzioni e nature profondamente diverse: il denaro d’acquisto (Kaufgeld), usato per gli scambi quotidiani di beni e servizi; il denaro di prestito (Leihgeld), usato per investimenti e costruzione di imprese; il denaro di dono (Schenkgeld), destinato all’educazione, alla ricerca, alle arti — a tutto ciò che produce valore culturale non quantificabile nel mercato. E sosteneva che il denaro, come i beni che rappresenta, dovrebbe invecchiare e morire — perdere valore nel tempo invece di generare interesse all’infinito — per impedire lo scollamento tra finanza e economia reale che aveva già osservato nella crisi del dopoguerra.

Il denaro che dovrebbe morire

Quest’ultima idea — il denaro deperibile — non era originale di Steiner. Quasi contemporaneamente, un commerciante tedesco-argentino di nome Silvio Gesell era arrivato alla stessa conclusione per via indipendente: se il denaro non deperisce mentre il pane marcisce, chi detiene denaro ha un vantaggio strutturale su chi detiene beni reali, e può estrarre interesse da chi ha bisogno di liquidità senza contribuire nulla alla produzione effettiva. Gesell propose il Freigeld — denaro libero — soggetto a una tassa periodica, un demurrage dell’1% mensile che obbligasse la moneta a circolare invece di accumularsi.

La proposta fu testata a Wörgl, in Tirolo, nel 1932. Il sindaco Michael Unterguggenberger emise “Buoni di Compensazione Certificati” con questo meccanismo di deperimento. In un anno, mentre la disoccupazione in Austria cresceva del 19%, a Wörgl calò del 16%. Furono costruiti un ponte, un trampolino da sci, un serbatoio idrico. Ogni schellino di questa moneta locale generò dodici-quattordici volte più attività economica della moneta convenzionale. La Banca Nazionale Austriaca proibì l’esperimento nel settembre 1933. Keynes, che aveva letto Gesell, scrisse nella Teoria Generale che “il futuro apprenderà più dallo spirito di Gesell che da quello di Marx.”

Non apprese. O meglio: apprese in forme che non riconoscono la propria genealogia.

Quello che esiste già (e che nessuno chiama Steiner)

La cosa più interessante del paesaggio economico contemporaneo è che le soluzioni più efficaci al problema del denaro e del lavoro esistono già, funzionano, e quasi mai i loro fondatori sanno di stare applicando idee di Steiner o Gesell.

La GLS Gemeinschaftsbank di Bochum — il cui nome per esteso è “Banca Comunitaria per il Prestito e il Dono”, riferimento esplicito alla distinzione steineriana — gestisce oggi 10,8 miliardi di euro di attivi, serve 378.000 clienti e ha rating Fitch AA-. Ogni depositante sceglie in quale settore indirizzare i propri fondi, e la banca pubblica trimestralmente la lista completa dei prestiti. La Triodos Bank olandese — il cui nome greco significa letteralmente “tre vie”, omaggio alla triarticolazione — gestisce 24 miliardi di euro in cinque paesi europei. Insieme, con i loro 35 miliardi di masse amministrate, dimostrano che i principi steineriani possono sostenere operazioni bancarie a scala significativa.

In Baviera circola il Chiemgauer, una valuta locale con demurrage del 6% annuo creata nel 2003 da Christian Gelleri, insegnante di economia in una scuola Waldorf — uno dei pochi casi in cui la connessione steineriana è esplicita. Il Chiemgauer circola tre volte più rapidamente dell’euro e ogni conversione destina automaticamente il 3% a organizzazioni non-profit locali. In Sardegna esiste Sardex, sistema di credito mutuo tra imprese che ha movimentato oltre 212 milioni di euro senza usare un solo euro di moneta convenzionale. In Svizzera, il WIR Bank serve 60.000 piccole imprese dal 1934 con una valuta complementare che si è dimostrata rigorosamente anticiclica: le imprese la usano di più durante le recessioni, stabilizzando l’economia locale esattamente quando il sistema convenzionale si contrae.

Nel campo del lavoro e dell’organizzazione della produzione, il platform cooperativism — cooperative che gestiscono piattaforme digitali dando la proprietà ai lavoratori anziché agli azionisti — replica la visione steineriana dell’attività economica guidata da chi ha conoscenza produttiva diretta. La commons-based peer production teorizzata da Yochai Benkler — produzione non-di-mercato, non-gerarchica, organizzata attraverso segnali sociali — ricorda il modello steineriano della sfera culturale che opera attraverso libertà e iniziativa individuale. Linux, Wikipedia, Apache: tre sistemi che producono valore immenso senza salari, senza prezzi, senza accumulo. Tre casi in cui il valore “si dona” alla collettività invece di essere estratto da essa.

La domanda che rimane

Il problema di tutte queste risposte — inclusa quella di Steiner — è che sono locali, parziali, volontarie. Funzionano in nicchie, in comunità che hanno scelto di adottarle, in contesti dove la coerenza interna è garantita dall’adesione condivisa a principi alternativi. Non hanno ancora dimostrato di poter sostituire il sistema, né è chiaro come potrebbero farlo senza una trasformazione politica e culturale di scala che al momento non ha soggetti credibili a guidarla.

Ma forse la domanda giusta non è se Steiner, Gesell o il cooperativismo di piattaforma possano “vincere”. La domanda è se il sistema attuale possa reggere ancora a lungo una contraddizione che sta diventando ogni trimestre più visibile: un’economia che produce valore crescente con lavoro umano decrescente, distribuisce quel valore attraverso salari a una platea sempre più ristretta, e si chiede poi perché la domanda aggregate si contrae e i mercati diventano instabili.

Un sistema che vende merci a persone che non guadagnano abbastanza per comprarle ha un nome preciso in economia. Si chiama crisi di sottoconsumo. Marx la descrisse nel diciannovesimo secolo. Ford la intuì nel ventesimo quando decise di pagare i suoi operai abbastanza da permettere loro di comprare le automobili che producevano. Steiner la analizzò con strumenti diversi e propose soluzioni diverse. Nessuno di loro immaginava che la versione più radicale del problema sarebbe arrivata da macchine che producono senza consumare.

Ma tutti e tre, ciascuno a modo suo, avevano visto l’equazione di fondo: una società in cui il diritto a esistere dipende dall’avere un impiego è una società strutturalmente fragile. Quando le macchine fanno il lavoro, quella fragilità smette di essere un’ipotesi e diventa una crisi.

La soluzione non è ancora scritta. Ma alcune delle domande giuste — quelle sulla natura del denaro, sulla separazione tra lavoro e dignità, sulla distinzione tra valore economico e valore culturale — sono state formulate molto tempo fa, da persone che nessuno, per ragioni diverse, ha ritenuto opportuno ascoltare.

Forse è il momento di rileggere gli ignorati.

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Ennio Martignago