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Il Cinema d’Autore ha Scelto il Crimine (ma nessuno ci si sta arricchendo)

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C’è qualcosa di profondamente ironico nel panorama cinematografico contemporaneo. Mentre il pubblico globale fa la fila per vedere Inside Out 2 o l’ennesimo crossover Marvel, i registi più interessanti del pianeta si sono improvvisamente dati alla malavita. Non nel senso letterale, ovviamente. Ma Ethan Coen, Paul Thomas Anderson, Spike Lee, Kelly Reichardt — nomi che fino a ieri incarnavano il cinema d’autore più raffinato — ora passano il loro tempo a raccontare truffe, omicidi e fuorilegge.

La domanda sorge spontanea: perché? E soprattutto: sta funzionando?

Il Botteghino Non Mente (e Vi Sta Dicendo che Non È per i Soldi)

Sfatiamo subito il mito: questa non è una rincorsa al successo commerciale. I numeri del box office 2024 sono brutalmente chiari. Mentre Inside Out 2 ha incassato 1,69 miliardi di dollari e Deadpool & Wolverine si è fermato a un misero 1,33 miliardi, questi film crime d’autore a malapena riescono a pagare il catering del set.

Il mercato globale premia una formula precisa: familiarità, franchise consolidati, sequel e animazione. Punto. Godzilla x Kong ha fatto 571 milioni. Cattivissimo Me 4 ne ha portati a casa 547. Il pubblico di massa non vuole sorprese, vuole conferme. Vuole sapere esattamente cosa troverà quando compra il biglietto.

Quindi no, i registi d’autore non si sono improvvisamente convertiti al crimine perché hanno scoperto la gallina dalle uova d’oro. Hanno scoperto qualcos’altro.

Il Crimine Come Cartina di Tornasole del Malessere Sociale

Ecco la verità scomoda: il genere crime è diventato il nuovo linguaggio simbolico per raccontare una società che sta marcendo dall’interno. Non stiamo parlando di polizieschi classici con buoni da una parte e cattivi dall’altra. Stiamo parlando di opere dove il confine tra vittima e colpevole è talmente sfocato da essere praticamente inesistente.

Prendiamo I crimini di Emily o Love Lies Bleeding. I protagonisti non delinquono perché sono cattivi. Delinquono perché il sistema li ha messi con le spalle al muro. Il male non è più un archetipo astratto da cinema hollywoodiano — è un effetto collaterale del mondo del lavoro. È sottile come un contratto a tempo determinato.

Questa è la chiave: i registi stanno usando il crimine per diagnosticare una società stanca, disillusa e moralmente sfibrata. Il delitto diventa una metafora perfetta per l’ambiguità etica del presente, dove tutti siamo un po’ complici e un po’ vittime del sistema che ci schiaccia.

L’Autore È Morto, Lunga Vita all’Autore Ibrido

Il concetto tradizionale di cinema d’autore — regista con controllo creativo totale, contenuti complessi, pubblico di nicchia, intransigenza artistica — si è dovuto piegare alla realtà. E la realtà si chiama streaming.

Piattaforme come MUBI (autodefinitosi “il Netflix del cinema d’autore” con la sua collezione curata di 750 film a 11,99 euro al mese) hanno creato un nuovo habitat per queste opere. Netflix ha aperto la sezione “Auteur Movies”. Prime Video ospita CineAutore. Ma c’è un prezzo da pagare: oggi l’autore deve intrattenere per sopravvivere.

L’autorialità è diventata ibrida, negoziata. Devi mantenere la tua visione personale, certo, ma devi anche produrre contenuti comprensibili agli algoritmi e capaci di generare engagement. Ed ecco perché il crime è perfetto: ha ritmo, tensione, posta in gioco morale. È abbastanza accessibile per l’algoritmo, ma abbastanza profondo per l’artista.

Il Paziente Zero: True Detective e l’Origine del Contagio

Se dobbiamo trovare un colpevole di questa epidemia, ha un nome preciso: True Detective. La prima stagione della serie HBO del 2014, creata da Nic Pizzolatto, è stata il punto di svolta. Ha dimostrato che potevi fondere estetica cinematografica, filosofia esistenziale e narrazione pulp senza che nessuno gridasse allo scandalo.

True Detective ha elevato l’indagine poliziesca a riflessione nichilista sull’esistenza. Ha aperto la strada a tutto quello che è venuto dopo, compresi i revival “da salotto” come Knives Out di Rian Johnson — un giallo classico reinventato per il pubblico contemporaneo che ha incassato oltre 5 milioni solo in Italia.

L’Eccezione (poco Eccezionale) Italiana

In Italia, il rapporto tra autore e crimine ha una sua peculiarità: qui il cinema di genere “puro”, quello di serie B senza pretese artistiche, è praticamente estinto. Quindi i film crime sono per forza d’autore.

Romanzo Criminale di Michele Placido ha aperto la strada. Gomorra — film prima, serie poi — l’ha consolidata. Ma la nuova avanguardia sono i fratelli D’Innocenzo. Con La terra dell’abbastanza e la serie Dostoevskij (con Filippo Timi), hanno trasformato il noir in parabola metafisica, usando il genere per scavare nel marcio della società con uno stile visivamente riconoscibile e narrativamente implacabile.

Due Universi che Non Si Guardano Nemmeno

Alla fine, il cinema contemporaneo vive su due binari paralleli che non si incontreranno mai. Da una parte i blockbuster che macinano miliardi puntando sulla familiarità. Dall’altra il cinema d’autore che sopravvive nelle nicchie dello streaming, usando il crimine come metafora del presente.

Non si tratta di giudicare quale sia migliore. Si tratta di riconoscere che la salute del cinema non si misura solo con gli incassi stratosferici, ma anche con la vitalità artistica di opere che nessuno vedrà al cinema ma che potrebbero definire il linguaggio della prossima generazione.

C’è una verità finale, quasi poetica, in tutto questo: il cinema d’autore e il racconto criminale hanno sempre condiviso una missione segreta. Non cercano entrambi, a modo loro, di trovare la verità al di fuori delle leggi prestabilite — sia quelle della società che quelle del mercato?

Il crimine, alla fine, non è solo una scelta di genere. È una dichiarazione d’intenti.​​​​​​​​​​​​​​​​

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Ennio Martignago