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Ti senti mai perso in un labirinto di specchi digitali, bombardato da un fiume in piena di rabbia e frammenti di verità? Se la risposta è sì, non sei solo. È la sensazione distintiva della nostra epoca, un rumore di fondo assordante che ci fa credere di vivere in un’era di caos senza precedenti. È fin troppo facile puntare il dito contro l’ultimo arrivato, Internet, e accusarlo di aver rotto il mondo. Ma la nostra epoca è davvero così unica? Sebbene la tecnologia moderna abbia un ruolo, le vere radici della nostra confusione sono molto più profonde, antiche e sorprendenti. Il nostro caos attuale non è una serie di problemi isolati, ma una proprietà emergente nata dalla collisione tra antichi pregiudizi umani, potenti cambiamenti tecnologici e profonde trasformazioni politiche. Questo articolo esplorerà quattro verità controintuitive che spiegano il disordine del nostro tempo, rivelando le forze che agiscono appena sotto la superficie della nostra realtà quotidiana.


1. Durante le pandemie, il nostro cervello è programmato per la xenofobia.

Quando una nuova malattia si diffonde, la tendenza a incolpare gli “altri” — stranieri, minoranze, chiunque sia percepito come esterno al nostro gruppo — non è solo una cinica manovra politica. È una reazione che affonda le sue radici nella nostra psicologia evolutiva.

Secondo gli psicologi sociali, gli esseri umani hanno sviluppato una predisposizione adattativa a diffidare degli “outgroup”. Nella nostra storia ancestrale, gli estranei avevano maggiori probabilità di essere portatori di nuovi e letali agenti patogeni contro i quali non avevamo difese immunitarie. Di conseguenza, abbiamo ereditato un istinto che collega inconsciamente gli stranieri al contagio, un meccanismo di difesa che oggi, in un mondo globalizzato, si trasforma facilmente in xenofobia.

Questo “seme nocivo di divisione” è latente in ogni epidemia, ma durante la pandemia di COVID-19 ha trovato un terreno eccezionalmente fertile: quello del nazionalismo escludente che era già fiorente in molte parti del mondo. Leader politici che avevano già costruito la loro fortuna sulla demonizzazione di immigrati e minoranze hanno semplicemente sfruttato questo impulso psicologico primordiale. Paradossalmente, lo stesso nazionalismo che alimenta la xenofobia può anche essere invocato per promuovere la solidarietà interna di fronte a una minaccia comune, mobilitando i cittadini come “eroi nazionali” nella lotta contro il virus. Comprendere questo meccanismo a due facce ci aiuta a capire perché la retorica della colpa sia così virale ed efficace durante una crisi sanitaria: non fa appello solo alle nostre paure, ma a un istinto profondamente radicato.

Come spiega la studiosa Prerna Singh, c’è un’analogia diretta tra il corpo biologico e il “corpo politico”:

“Una condizione preesistente rende gli esseri umani vulnerabili a complicazioni più gravi del nuovo coronavirus. Allo stesso modo, la piaga preesistente del nazionalismo populista di destra ed escludente ha reso la pandemia più pericolosa di quanto avrebbe potuto essere altrimenti.”

Questo istinto primordiale, antico come la nostra specie, dimostra che le nostre reazioni al caos hanno radici profonde. Ma che dire del caos stesso, in particolare quello informativo? Anche qui, la storia offre un parallelo sorprendente che ridimensiona l’eccezionalità del nostro presente.


2. La nostra non è la prima ‘crisi dell’informazione’: la stampa a caratteri mobili sconvolse il mondo prima di Internet.

La sensazione di annegare in un diluvio di informazioni, notizie false, teorie del complotto e superstizioni non è un’invenzione della nostra era digitale. Ricalca in modo sorprendente ciò che accadde in Europa nel XV e XVI secolo dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg.

La stampa non portò solo alla diffusione della Bibbia e dei classici. Scatenò un’esplosione incontrollata di ogni tipo di contenuto. Insieme alla conoscenza, si diffusero a macchia d’olio pubblicazioni fino ad allora proibite, superstizioni e materiale manipolato. Un esempio tragico fu il “Malleus Maleficarum”, un manuale anti-stregoneria che, grazie alla sua ampia diffusione, giustificò torture e violenze atroci contro decine di migliaia di donne. Questa rivoluzione non fu solo quantitativa, ma concettuale: trasformò il libro da tesoro prezioso a merce di consumo e creò le moderne figure di “autore” e “lettore”. Oggi, la rivoluzione digitale sta operando una trasformazione simile, mutando il concetto di “notizia” da prodotto verificato a merce generata dall’utente, e creando nuove identità come “influencer” e “follower”.

Anche allora, i “nuovi media” furono immediatamente sfruttati dai poteri politici e religiosi. Martin Lutero comprese, con secoli di anticipo sui social media manager, che il controllo del mezzo di distribuzione equivaleva al controllo del messaggio stesso, usando la stampa per diffondere le sue idee riformiste in una lingua comprensibile a tutti, aggirando l’autorità della Chiesa. La preoccupazione per il sovraccarico di informazioni è così antica che già nel 1680 il filosofo Gottfried Leibnitz scriveva parole che sembrano descrivere perfettamente i nostri tempi:

“Temo che rimarremo nella nostra attuale confusione e indigenza per nostra stessa colpa. Temo persino che, dopo aver inutilmente esaurito la nostra curiosità senza ottenere alcun guadagno dalla nostra ricerca, […] la gente si stanchi della scienza e, spinta da un disagio fatalistico, la sostituisca con costumi barbari, e forse a questo risultato contribuirà molto quella orribile massa di libri che cresce incessantemente.”

Ma se la storia ci insegna che la nostra non è la prima “crisi dell’informazione”, la tecnologia odierna ha introdotto una variabile nuova e potente: motori algoritmici progettati non per diffondere conoscenza, ma per catturare l’attenzione a ogni costo.


3. Il problema non sono le ‘fake news’, ma gli algoritmi che si nutrono della nostra rabbia.

Concentrarsi sulle singole notizie false è come cercare di svuotare l’oceano con un secchio. Il vero problema non è il contenuto, ma il motore che lo distribuisce a miliardi di persone: gli algoritmi dei social media.

Il modello di business delle piattaforme online è semplice: monetizzare la nostra attenzione vendendola agli inserzionisti. Per farlo, devono tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile. Questo non è un ecosistema informativo neutro; è un’architettura di persuasione che opera con spietata efficienza militare, progettata per un unico scopo: massimizzare il “coinvolgimento” (engagement). Nel tempo, questi algoritmi hanno imparato una lezione fondamentale sulla psicologia umana: niente cattura la nostra attenzione come i contenuti estremi, divisivi, rabbiosi ed emotivamente carichi.

Le conseguenze sono devastanti. Gli algoritmi non si limitano a creare “camere dell’eco” in cui vediamo solo ciò con cui siamo già d’accordo. Il sistema ci spinge attivamente verso posizioni sempre più radicali, perché premia i contenuti più estremi con maggiore visibilità. Una preferenza innocua può essere martellata da contenuti sempre più intensi fino a trasformarsi in una convinzione radicata e aggressiva. In questo ecosistema, la disinformazione non è un bug, ma una caratteristica del sistema, perché spesso è più scioccante, e quindi più coinvolgente, della verità.

Come ha avvertito il CEO di Apple Tim Cook, questo meccanismo sta avendo un impatto profondo sulla nostra società:

“Le nostre stesse informazioni, da quelle quotidiane a quelle profondamente personali, vengono trasformate in armi contro di noi con efficienza militare. […] (Gli algoritmi) servono contenuti sempre più estremi, martellando le nostre preferenze innocue fino a trasformarle in convinzioni radicate.”

Questi algoritmi non operano nel vuoto. Stanno scatenando la loro spietata efficienza su un panorama politico e sociale già profondamente destabilizzato, dove le tradizionali ancore di identità e appartenenza si stanno sgretolando.


4. La globalizzazione non ha creato un ‘villaggio globale’, ma tribù digitali in cerca di un’identità.

Per decenni ci è stato detto che la globalizzazione e Internet avrebbero creato un “villaggio globale”. La realtà si è rivelata molto più complessa. Decenni di globalizzazione hanno fatto sì che l’economia e l’informazione “siano cresciute con successo oltre l’autorità dei governi nazionali”, indebolendo la capacità dello stato-nazione di dare forma alle nostre vite e di offrire un senso di sicurezza.

Invece di unire le comunità, le tecnologie dell’informazione hanno anche il potere di frammentare l’interazione, creando “confini digitali” che si riflettono nella società. Il risultato non è un villaggio globale, ma un arcipelago di tribù digitali. Di fronte a un mondo percepito come caotico e a governi visti come impotenti, le persone cercano rifugio in identità tribali che trascendono i confini nazionali. Il risultato è un mondo frammentato in cui milizie tribali itineranti, suprematisti bianchi e islamisti radicali si organizzano online, trovando un senso di comunità e scopo che lo stato-nazione non sembra più in grado di fornire.

Queste “nicchie di appartenenza” offrono un senso di comunità che lo stato-nazione, ormai superato dai flussi globali di capitale e informazione, non sembra più capace di garantire. Come ha scritto il romanziere e saggista anglo-indiano Rana Dasgupta, l’era d’oro dello stato-nazione è finita:

“La ragione per cui lo stato-nazione è stato in grado di realizzare ciò che ha realizzato […] è che c’era, per gran parte del XX secolo, un’autentica ‘corrispondenza’ tra politica, economia e informazione, tutte organizzate su scala nazionale. […] Ma quell’era è finita.”


Insomma…

Il caos che percepiamo non è semplicemente il frutto di “cattivi attori” che diffondono “fake news”. È il risultato di una collisione sistemica tra forze immense. Non siamo di fronte a un incidente, ma a una vera e propria ingegneria del caos: la logica spietata degli algoritmi (punto 3) agisce da accelerante, amplificando i nostri istinti xenofobi evolutivi (punto 1) e riempiendo il vuoto identitario lasciato dal declino dello stato-nazione (punto 4) con narrazioni polarizzanti che riecheggiano le crisi informative del passato (punto 2). Comprendere questi meccanismi sottostanti non risolve magicamente i problemi, ma ci permette di passare da una reazione di panico a una diagnosi più lucida e consapevole del nostro tempo. Ci trasforma da semplici vittime di queste forze a persone in grado di riconoscerle e, forse, di contrastarle.

Sapendo che queste forze sono in gioco, come possiamo scegliere consapevolmente di costruire comunità invece di scavare trincee?


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Ennio Martignago
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