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Cover Stories - Temi di riflessione

Ho fatto una cazzata e ora muoio

La notte brava di un “infelice”. Nessuno ignori nessuno, le storie valgono per quello che sono, se fai il male, il male ti verrà a cercare.

Da giorni sogno 3 donne che mi vengono a prendere e mi sveglio terrorizzato, in un bagno di sudore.
Sorina, mi aveva fatto le carte ieri e mi aveva detto che non sarei dovuto uscire a lavorare, dice che sono maledetto. Era preoccupata e aveva ragione lei, come al solito. Dovevo rimanere nella mia roulotte e lasciar stare.
Peccato che Zoran abbia insistito. Peccato che ci sia messo anche Petar.
“Non crederai a quelle cazzate di quella vecchia? Vieni che stasera facciamo il colpo grosso, non fare la femminuccia”.
Petar è magro ma un fascio di nervi, Zoran è una montagna e mi rassicura con quel suo sorriso difettoso e dorato.

Ora fa malissimo la pancia: quel tipo non se lo aspettava di trovarsi davanti noi tre ma era uno duro. Zoran lo ha riempito di pugni e Petar lo ha preso a calci senza pietà. Intanto io ho arraffato 200 euro e ho raggiunto la porta per andarmene. Sembrava fatta ma, mentre uscivo, il tipo mi ha raggiunto, mi ha girato e mi ha piantato una lama in pancia, dal basso verso l’alto, come si fa per uccidere.
Sono in un parcheggio a fianco di una statale a imparare come si fa a morire e sono terrorizzato. Mi vedo davanti tutta la vita, l’infanzia a chiedere l’elemosina a Bucarestero bravissimo a fare lo storpio– i primi furti in metropolitana, la prima ragazza, Luminita, dolcissima.
Dove sei Luminita, dove sei? Vorrei la tua mano sulla pancia ora.

Il vento notturno è spietato: non mi dà tregua e mi spettina. Sono solo, in un parcheggio, davanti all’ospedale. Vorrei piangere per la paura e la disperazione: Zoran e Petar mi hanno preso i 200 euro e mi hanno buttato giù dalla macchina come una cane. Avevano fretta di andarsene sgommando con la loro mercedes.
Ora saranno a bere al campo e io sono un piccolo incidente di percorso. Incidente sul lavoro.
Parleranno i telegiornali di me, mi dipingeranno come un cane. Non importa, ho fatto una cazzata e ora voglio solo salvarmi. Dopo, se necessario, andrò anche in prigione: la conosco bene e non mi fa paura.

Sento male da morire e vorrei piangere ma l’unica lacrima di cui sono capace è tatuata sulla guancia sinistra. Mi ricorda il litigio per quel piccolo furto con mio cugino Aleksandar, le sue minacce
ti vengo a prendere prima o poi, bastardo”.
Chiudo gli occhi, vorrei ricordarmi degli anni in Spagna e di quando abbiamo lavorato insieme al circo, con le tigri, invece…invece mi viene quel pomeriggio maledetto
Cosa fai? Uccidi sangue del tuo sangue? Che tu sia maledetto”.

Bang.

Aleksandar è rimasto in un fosso, accanto alla statale. Nessuno può minacciare Dusan, è bene che si sappia.
Ora tocca a me trovarmi accanto a una statale, ferito e disperato. Sento il rumore delle sirene e mi ricordano le musiche gitane delle feste d’estate ad Alicante, le mie inutili lezioni di fisarmonica con Ion.
Non ero fatto per la musica, non sapevo vendere le rose. Io ero bravissimo col coltello. Io non avevo paura di niente. Per tutti ero Dusan ma chi mi conosce davvero mi chiama Zizo.
Mi perdo, sento la vita che scivola via veloce e sale un freddo intenso.

Buio.

Apro gli occhi, sono su una barella che corre disperata verso la sala, qualcuno deve essersi accorto di me nel parcheggio.
La barella corre nel corridoio illuminato a neon come nelle serie tv ma per una volta sono io il protagonista del dramma. Il linoleum a terra è rigonfio e ogni salto io impreco per il dolore
Ti prego aiutami dottore. Gesù Giuseppe Maria…Dio vi benedica”.
Finalmente si apre la porta scorrevole della sala.
Dentro sono già pronti per l’intervento di urgenza grazie a dio.
Apro gli occhi e la luce della lampada mi acceca.
Intorno ho un paio di donne, preferirei uomini ma adesso non ho molta scelta.
Vi prego, aiutateme, fa male”.

Non sono due le infermiere: sono tre e una di loro si accorge che una grande luce bianca mi punta addosso e, con umanità, la sposta.
Grazie, dio ti benedica”.
Eccolo, arriva il chirurgo. La luce che lo illumina da dietro mi impedisce di vederne la faccia e io vorrei solo capire se posso fidarmi di lui o meno.
A me basta uno sguardo, un’occhiata veloce e so se sei uomo o se sei una merda.
Si avvicina, devo firmare il consenso, dice. Si abbassa la mascherina e ho un sussulto.
E’ Aleksander: è venuto a prendermi come promesso.
Sorina aveva ragione come sempre.

Vaffanculo.


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Francesco Landucci