Come non perdere l’anima cercando l’anima
C’è un concetto nella filosofia di Rudolf Steiner che mi torna in mente da quando sono tornato dall’America. Lo chiamava arimanico, dal nome di Ahriman, il demone zoroastriano della materia.
Per Steiner, le forze arimaniche non sono semplicemente “il male”. Sono qualcosa di più sottile: la tendenza a materializzare, meccanicizzare, mercificare ogni aspetto della vita. Anche — soprattutto — quelli che dovrebbero restare sacri.
All’Hilton di Chicago, tra il PowerPoint sui neuroni e lo stand delle saune portatili, ho visto quella tensione in azione. L’impulso autentico — il bisogno di capire la morte, di condividere esperienze indicibili, di trovare comunità — e la sua cattura. La trasformazione di tutto in prodotto, mercato, brand.
La domanda che mi sono portato a casa è questa: si può costruire qualcosa senza perderlo?
La storia che si ripete
Non è un problema nuovo. Ogni volta che l’umanità cerca una porta sul mistero, qualcuno ci piazza davanti un casello.
Lo spiritismo dell’Ottocento nacque dal dolore delle madri americane che avevano perso i figli nella Guerra Civile. Volevano un contatto, una parola, una conferma che non fosse finito tutto. E i medium arrivarono — alcuni sinceri, molti ciarlatani. Le sedute spiritiche divennero business. Le vedove pagavano per sentirsi dire che il figlio stava bene.
In Europa fu diverso, ma non del tutto. Allan Kardec in Francia cercò di codificare lo spiritismo come “scienza positiva”, di dargli dignità accademica. In Italia, Cesare Lombroso — il padre della criminologia, ateo dichiarato — passò gli ultimi anni a studiare Eusapia Palladino, la medium napoletana. Ne uscì scosso, non convinto ma nemmeno capace di liquidare tutto come frode.
Ma anche in Europa il movimento si frammentò. Tra ricercatori seri e venditori di fumo, tra circoli rispettabili e truffe da baraccone. La tensione era la stessa: l’impulso verso il trascendente, e le forze che lo tirano giù.
Il modello americano (e i suoi limiti)

IANDS, l’organizzazione che ho visitato, ha quasi cinquant’anni. È nata nel 1978 da un gruppo di ricercatori che si sentivano isolati e derisi — studiavano fenomeni che i colleghi consideravano spazzatura. Si unirono per darsi legittimità.
Poi scoprirono che i “soggetti” dei loro studi — le persone che avevano avuto NDE — avevano bisogno di supporto più dei ricercatori. Formarono gruppi locali, linee telefoniche, conferenze annuali. Crearono comunità.
Ma la comunità, negli Stati Uniti, si finanzia. E per finanziarsi diventa business. E il business ha le sue logiche.
Oggi IANDS ha 2.000 membri, un sito che raggiunge 70.000 persone al mese, una conferenza che raddoppia i partecipanti ogni sei anni. Ha anche sponsor, stand commerciali, merchandise. Ha un uomo con un basco che vende saune.
Non è male in sé. È il prezzo del crescere, forse. Ma è un prezzo.
Il modello olandese è diverso. Netwerk NDE, fondato dal cardiologo Pim van Lommel — quello dello studio su The Lancet — ha 400 membri, pubblica una rivista trimestrale, organizza incontri. Ma non ha stand. Non ha fiere. L’atmosfera è da seminario universitario, non da convention.
Il modello tedesco è simile. Netzwerk Nahtoderfahrung mantiene un profilo basso, un approccio scientifico, una connessione stretta con il movimento hospice.
L’Europa, forse, può permettersi di essere diversa. Non abbiamo la stessa cultura dell’evento, del brand, del merchandise. Possiamo costruire comunità più intime. Meno spettacolari, ma forse più vere.
Cosa potrebbe esistere qui
Mi chiedo: cosa vorrei trovare in Italia, se esistesse?
Non una conferenza in un hotel di periferia con 700 partecipanti. Non gli stand. Non i nastrini colorati al badge.
Vorrei un luogo — fisico o virtuale — dove poter dire: “Mia nonna è venuta a trovarmi in camera da letto nel 1978, e non l’ho mai raccontato a nessuno”. E sentire qualcuno rispondere: “Anche a me è successo qualcosa del genere.”
Non serve crederci. Serve ascoltare.
Vorrei che i medici di pronto soccorso, quando rianimano qualcuno, non liquidassero i suoi racconti come “confusione post-rianimazione”. Vorrei che avessero le parole per chiedere: “Ha vissuto qualcosa di particolare mentre era incosciente?”
Vorrei che negli hospice, dove la morte è pane quotidiano, si parlasse di quello che i morenti vedono. Non per dimostrare l’aldilà, ma per accogliere l’esperienza. Per togliere il paravento.
Vorrei che chi sogna i propri morti — tre italiani su quattro — potesse dirlo al bar senza che qualcuno gli consigli uno psicologo.
Vorrei, in fondo, il permesso. Solo quello.

I rischi
Ma so anche cosa non vorrei.
Non vorrei guru. L’Italia ne ha avuti abbastanza — santoni, veggenti, quelli che “canalizzano” messaggi dall’alto e intanto riempiono il conto in banca. Elisabeth Kübler-Ross, la psichiatra svizzera che ha rivoluzionato la medicina del fine vita, finì impelagata in uno scandalo con un sedicente medium che faceva sesso con le vedove fingendo di essere lo spirito dei mariti. Non è immune nessuno.
Non vorrei commercio. La spiritualità è l’ultimo territorio vergine del capitalismo, quello che resiste di più alla mercificazione. Quando cede — quando “l’esperienza trasformativa” diventa un pacchetto da 999 euro con attestato finale — perde tutto.
Non vorrei dogmi. Una delle cose più belle dell’IANDS, nonostante i suoi limiti, è l’assenza di dottrina. Non ti dicono cosa credere. Ti offrono uno spazio per raccontare. Questo va preservato.
E non vorrei esclusività. La tentazione delle “tribù” è sempre la stessa: noi contro loro, gli illuminati contro i dormienti, chi ha capito contro chi non capisce. È una trappola. Le esperienze ai confini della coscienza non ti rendono migliore. Ti rendono, forse, più consapevole. Ma la consapevolezza senza umiltà è solo un altro ego con un vestito diverso.
Quello che farò io
Ho pensato a lungo se scrivere questa serie. Se espormi. Se raccontare le cose che ho sempre taciuto.
Ho deciso di sì, per un motivo semplice: se non comincia qualcuno, non comincia nessuno.
L’Italia ha 40.000 persone che hanno avuto NDE nell’ultimo decennio. Ha milioni di persone che sognano i morti, sentono presenze, vivono esperienze che non sanno nominare. Ha 250 iscritti a un gruppo Facebook dove solo 5 parlano.
Questa sproporzione è il problema. E si risolve solo rompendo il silenzio.
Non ho fondato un’associazione. Non ho aperto un canale YouTube. Non vendo niente. Ho solo scritto quello che ho visto — in America e dentro di me.
Se qualcuno, leggendo, si riconosce; se qualcuno dice “anche a me”; se qualcuno smette di vergognarsi: allora è servito a qualcosa.

La danza finale
Mi torna in mente l’ultima immagine di Chicago. Il tendone, la moquette salmone, Stayin’ Alive che rimbomba. L’uomo con la camicia hawaiana che fa la spaccata. I nastrini verdi che ondeggiano.
Quelle persone ballavano perché avevano visto la morte da vicino e non ne avevano più paura. Ballavano perché avevano trovato altri con cui condividere l’indicibile. Ballavano perché, per una volta, non erano soli.
Non so se avremo mai una scena così in Italia. Forse non la vogliamo. Forse il nostro modo è diverso — più raccolto, più intimo, meno spettacolare.
Ma una cosa mi porto via da quel viaggio, una cosa che non si compra agli stand e non si misura coi questionari: il senso che la morte non è la fine della conversazione.
È, forse, il suo inizio.
Sta a noi decidere se continuare a sussurrarla dietro i paraventi, o se finalmente, faticosamente, imparare a parlarne. Come si parla delle cose che contano.
A voce alta.
Insieme.
[5/5 — Fine]
Nota dell’autore
Questa serie è nata da un viaggio, da un tarlo vecchio di cinquant’anni, e dalla convinzione che il silenzio faccia più male dell’imbarazzo. Non pretende di dimostrare nulla sull’aldilà — non ne sono capace, e forse non è nemmeno il punto. Cerca solo di aprire uno spazio per la fede.
Se hai vissuto esperienze simili a quelle raccontate qui, se sogni i tuoi morti e non sai a chi dirlo, se hai attraversato un confine e non hai trovato parole: sappi che non sei solo. Siamo in molti. Siamo una città intera, forse di più.
Basta cominciare a contarci.
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