Cosa trova un italiano che cerca l’IANDS e trova il silenzio
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Fiumicino, mattina grigia di un giorno qualunque. Il jet lag trasforma ogni cosa in un film leggermente sfuocato. Recupero la valigia, passo la dogana, accendo il telefono. Trecentodue email di lavoro, sette messaggi WhatsApp, la vita normale che reclama il suo spazio.
Ma io non sono più quello di prima. O forse lo sono sempre stato, e adesso lo so.
Torno a casa, dormo dodici ore, mi sveglio alle tre di notte — perché il fuso orario è spietato — e faccio quello che avrei dovuto fare prima di partire: cerco cosa esiste in Italia.

I numeri del silenzio
Primo: le statistiche.
In Italia, secondo le stime del dottor Francesco Sepioni, medico dell’emergenza che si occupa di questi temi, negli ultimi dieci anni ci sono state circa quarantamila esperienze di premorte documentate. Quarantamila. È una città. È Viterbo, è Caltanissetta, è Ragusa.
Quarantamila persone che hanno attraversato quella soglia e sono tornate con storie che non sanno a chi raccontare.
Poi c’è l’altra ricerca, quella che mi ha colpito di più. Si chiama Morire all’italiana, tre anni di lavoro, quattrocento interviste, sei università coinvolte. I numeri sono questi:
- Il 75% degli italiani sogna i propri defunti
- Il 43% si sente protetto da una persona morta
- Il 31% parla con i morti
- Il 22% li ha visti
- Il 9% si è sentito toccare
E qui viene il bello: anche tra chi dichiara di non credere nell’aldilà, due terzi sognano i defunti, un quarto si sente protetto, un quinto ci parla.
Siamo una nazione di medium segreti. Di sognatori clandestini. Di persone che hanno conversazioni notturne con i morti e la mattina fanno finta di niente.
Ma allora dove sono? Dove si incontrano? Dove parlano?

NDERS: quattro coraggiosi su duecentocinquanta
Trovo l’Associazione NDERS in pochi click. È la prima — e per ora unica — associazione italiana dedicata alle esperienze di premorte. La sigla sta per Near-Death Experiences Research Studies. L’ha fondata Davide De Alexandris, consulente informatico ligure, con il supporto scientifico del dottor Davide Vaccarin.
Il loro gruppo Facebook ha circa duecentocinquanta iscritti.
Duecentocinquanta. In un Paese di sessanta milioni di abitanti, dove quarantamila persone hanno avuto NDE nell’ultimo decennio, dove tre quarti della popolazione sogna i morti.
Ma il numero che davvero racconta qualcosa è un altro: quattro o cinque. Sono quelli che, tra i duecentocinquanta, hanno avuto il coraggio di raccontare pubblicamente la propria esperienza. Gli altri leggono, annuiscono, mandano messaggi privati. Ma non escono allo scoperto.
Riesco a contattare De Alexandris. Ha una voce calma, paziente, di chi ha spiegato le stesse cose molte volte.
“Ci vuole coraggio” — mi dice. “Vieni preso per matto. Ci si sente a disagio, giudicati. Il personale sanitario non è preparato a gestire queste testimonianze.”
Lui la sua esperienza l’ha avuta a cinque anni. “Mi hanno ripreso per i capelli” — così la racconta. Ricorda un prato di un verde “che non può esistere sulla Terra”. Ma ci sono voluti venticinque anni prima di capire cosa fosse successo. Prima di trovare le parole.
“E poi c’è l’altro problema” — aggiunge. “Quelli che ci credono troppo. Che ti caricano di cose che non sei. Ti trattano come un angelo in terra. O peggio, quelli che speculano. I guru autoproclamati. Soprattutto, pagati.”
La trappola è doppia: da una parte il ridicolo, dall’altra l’appropriazione.

NDE Italia: le voci dal silenzio
C’è un altro sito, ndeitalia.it, che raccoglie testimonianze spontanee. Le leggo una dopo l’altra, nel buio delle tre di notte. Sono decine.
Alessandro scrive: “Non è facile raccontare questa esperienza, perché spesso si viene derisi o ridicolizzati o addirittura considerati pazzi. Poi i dubbi possono farti credere che forse chi ha vissuto una simile esperienza sia veramente pazzo. Ma leggendo libri, vedendo e ascoltando altre esperienze, alla fine si trova il coraggio e si inizia a raccontare.”
Una donna anonima: “Per quasi 30 anni non ne ho parlato con nessuno, pensavo di essere stata vittima di un’allucinazione. Poi, casualmente, ho sentito in radio parlare delle NDE, e ho iniziato a cercare.”
Un uomo di Ferrara: “Sono stato clinicamente morto per 18 minuti dopo un arresto cardiaco. Ho visto cose che non riesco a descrivere, ma la cosa più strana è questa: non ho più paura. Di niente. E non so con chi parlarne.”
Il pattern è sempre lo stesso. L’esperienza. Il silenzio per anni, a volte decenni. La paura del giudizio. La ricerca solitaria — libri, podcast, Google alle tre di notte. La scoperta che altri hanno vissuto qualcosa di simile. Il sollievo. E poi, per alcuni, il coraggio di condividere.
Ma è un coraggio che quasi nessuno trova. Il 78% di chi cerca supporto dopo una NDE lo trova utile — quando la prima reazione è di curiosità e non di scherno. Ma in Italia la prima reazione è quasi sempre scherno. O peggio: medicalizzazione.
Il 10% finisce dagli psichiatri
Il professor Enrico Facco dell’Università di Padova è il massimo esperto italiano di NDE. Ha studiato oltre venti casi in modo approfondito, pubblicato un libro (Esperienze di premorte, 2010), partecipato a conferenze internazionali.
Ma il dato che mi resta impresso è un altro: “Due dei venti casi che analizzo nel mio libro — il 10% — sono stati sottoposti a trattamenti con psicofarmaci per aver raccontato la loro esperienza.”
Il 10%. Uno su dieci. Hai un’esperienza trasformativa ai confini della coscienza, la racconti al dottore, e finisci sotto psicofarmaci.
Non perché stessi male. Non perché avessi sintomi. Ma perché hai detto qualcosa che il sistema non sa classificare.
Il dottor Sepioni conferma: “Il 30% dei bambini che hanno NDE finisce in depressione o abusa di sostanze nell’età adulta. Non perché l’esperienza sia traumatica — anzi, di solito è il contrario. Ma perché non capiscono come funziona il mondo dopo. Non capiscono la società. Non trovano nessuno che li ascolti.”
L’esperienza non è il problema. Il silenzio dopo è il problema.

Il monopolio perduto
Parlo con un prete — non posso dire dove, non vuole essere citato. Gli chiedo: perché la Chiesa non si occupa di queste cose?
Ride, amaramente. “La Chiesa ha avuto il monopolio della morte per duemila anni. Adesso lo sta perdendo, e non sa cosa fare.”
Mi spiega che esiste una diffidenza teologica verso le NDE. Nel 2014, la Southern Baptist Convention americana ha approvato una risoluzione che ribadisce come le Scritture siano l’unica fonte legittima di informazioni sull’aldilà. Troppi libri, troppi film, troppi bambini che vanno in paradiso e tornano a raccontarlo. Fa concorrenza.
“Ma il problema vero” — dice — “è che la gente non viene più da noi. Non per queste cose. Non si fida. E noi non sappiamo accogliere.”
Racconta di un parrocchiano che gli ha confessato di aver visto la madre morta nella stanza, pochi giorni dopo il funerale. “L’ho ascoltato. Gli ho detto che Dio opera in modi misteriosi. Ma ho visto che non gli bastava. Voleva qualcuno che gli dicesse: ti credo. Non ho saputo dirglielo.”
Il vuoto lasciato dalla Chiesa non si riempie di scienza. Non si riempie di niente. Resta vuoto, e la gente ci cade dentro.

Cosa manca
Faccio un inventario.
Negli Stati Uniti, IANDS ha 2.000 membri, 50 gruppi locali, una conferenza annuale con 700 partecipanti, una rivista scientifica peer-reviewed, gruppi di supporto, formazione per operatori sanitari.
In Italia abbiamo:
- Un’associazione con 250 iscritti di cui 5 parlano
- Un sito con testimonianze spontanee
- Un professore a Padova
- Un convegno ogni tanto
- Nient’altro
Manca tutto. Mancano i gruppi locali, i luoghi di incontro fisici, i professionisti formati, i protocolli per gli ospedali, la legittimazione culturale.
Ma soprattutto manca il permesso. Il permesso di parlare. Il permesso di dire: mi è successa una cosa strana, non so cos’era, ma so che era importante.
All’IANDS, sotto quel tendone con i Bee Gees, quel permesso c’era. Non serviva crederci. Bastava ascoltare. Bastava non ridere.
Qui non c’è. Non ancora.
La strada verso casa
Chiudo il laptop, sono quasi le cinque. Tra poco albeggia, e io ho un articolo da scrivere, una vita da riprendere, il jet lag da smaltire.
Ma una cosa l’ho capita. La mia tribù, in Italia, non esiste ancora. Non come comunità organizzata, con i suoi luoghi e i suoi riti. Esiste come somma di solitudini. Centinaia di migliaia di persone che sognano i morti, sentono presenze, hanno attraversato il confine — e lo fanno in silenzio, ognuno per sé.
La conferenza di Chicago era molte cose — alcune ridicole, alcune toccanti, alcune problematiche. Ma era qualcosa. Un luogo dove stare. Dove non doverti giustificare.
Noi non abbiamo quel luogo. Forse non lo vogliamo così, con gli stand e i PowerPoint. Forse possiamo inventarne uno diverso, più nostro, meno da fiera e più da circolo. Meno saune portatili e più conversazioni vere.
Ma prima di costruire qualcosa, bisogna smettere di vergognarsi. Bisogna rompere il silenzio.
Ci provo io, nel prossimo pezzo. Raccolgo le voci.
[3/5 — Continua]
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