Diario americano di un europeo che cercava i morti e ha trovato i vivi
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Non so bene cosa mi aspettassi. Forse saloni art déco con medium in turbante, tavolini traballanti, ectoplasmi di cartapesta. Forse un convento laico, gente in sandali e lino che parla sottovoce di chakra. Quello che non mi aspettavo era un Hilton di periferia a Chicago, moquette color salmone, aria condizionata a 18 gradi, e settecento persone con il badge al collo che ballano Stayin’ Alive dei Bee Gees sotto un tendone nel parcheggio.
È la conferenza annuale dell’IANDS — International Association for Near-Death Studies — e i migliori ballerini, ho scoperto, sono quelli che portano il nastrino verde con scritto “Experiencer”. Sono tornati. Hanno visto l’altra parte e sono qui a muovere i fianchi con un abbandono che noi vivi normali ci sogniamo. Una giornalista del New York Times ha scritto che li riconosci subito: ballano come se il giudizio degli altri fosse un problema di un’altra vita. Letteralmente.



Mi chiamo — ma il nome non importa — e sono qui per un tarlo che mi porto dietro da quando avevo dieci anni. Ci arriveremo. Per ora sono le undici di sera, fa un caldo umido da palude, e sto guardando un uomo sui settanta con la camicia hawaiana che fa la spaccata mentre parte l’assolo di Stayin’ Alive. Ha un arresto cardiaco nel curriculum. Due minuti clinicamente morto nel 1987. Adesso vende assicurazioni a Salt Lake City e balla meglio di chiunque io abbia mai visto in una discoteca di Rimini.
Gli stand e i PowerPoint
Il giorno prima ero in una sala conferenze refrigerata come un obitorio — l’ironia non mi è sfuggita — ad ascoltare uno psichiatra della University of Virginia che mostrava grafici su The Lancet. Sedici elementi ricorrenti nelle esperienze di premorte: la pace improvvisa, il tunnel, la luce, la revisione della vita, l’incontro con i defunti. Dati, percentuali, studi prospettici. Roba seria. Poi pausa caffè.
Esco dalla sala e mi ritrovo nell’area espositori.

C’è un uomo con un basco che cerca di vendermi una sauna portatile. Giura che “purifica l’aura residua del trauma”. Tre stand più in là, una signora con collane di cristalli applica pietre colorate sulla fronte di una donna distesa su un lettino pieghevole. L’insegna dice: “Light Work — Riconnessione con la Sorgente”. Costa ottanta dollari per quaranta minuti.
In Europa — penso mentre schivo un banchetto di libri su “come comunicare con il tuo animale guida” — questo genere di cose le trovi nei retrobottega delle erboristerie, nei centri yoga delle zone industriali, in posti che non metti su Google Maps. Qui è tutto esposto, prezzato, con il pos per la carta di credito. La spiritualità come segmento di mercato. Gli americani ci mettono sempre quel talento speciale per trasformare qualunque cosa in una fiera.
Eppure.
Eppure tra il PowerPoint sulle riviste peer-reviewed e la sauna purificatrice c’è qualcosa che non si lascia liquidare. Le persone. Le storie. Quella donna di Houston, quarantaquattro anni, due figli, cancro al seno dal 2019, che racconta a una giornalista di essere venuta qui perché ascoltare i racconti di chi è tornato le dà “una pace profonda”. Non cerca prove scientifiche. Non vuole comprare cristalli. Vuole solo stare in un posto dove parlare di morte non sia né clinico né imbarazzante.
“Ho trovato la mia tribù” — dice un’altra, una veterana della Marina che ha perso la figlia nel 2020. Vede cuori ovunque. Sul nome della figlia, che si chiamava Mia, scritto nella neve sciolta sulla sua tomba. “Qui nessuno mi prende per pazza.”
I tre popoli

Ho passato quattro giorni a osservare, ascoltare, prendere appunti su tovaglioli di carta e retro di ricevute. Tre popolazioni convivono in questo strano ecosistema dell’Hilton.
Gli scienziati sono i fondatori, i patriarchi. Hanno settanta, ottant’anni. Portano giacche di tweed anche con trentacinque gradi. Parlano di “metodologia” e “campioni statistici” e “bias di conferma”. Negli anni Settanta e Ottanta rischiarono le carriere per studiare fenomeni che i colleghi consideravano ciarlataneria. Raymond Moody, lo psichiatra che nel 1975 scrisse Life After Life e coniò il termine “near-death experience”, è qui. Firma copie del libro come una rockstar stanca. Bruce Greyson, che ha sviluppato la scala per misurare l’intensità delle NDE, passeggia tra i tavoli con l’aria di chi ha visto troppo per stupirsi ancora.
Questi uomini — sono quasi tutti uomini — volevano portare la scienza in un territorio che la scienza rifiutava. Hanno creato protocolli, pubblicato su riviste serie, costruito un corpus di ricerca. Ma il rigore accademico, da solo, non crea comunità. Le persone non vengono qui per leggere paper.
Gli experiencer e i loro compagni di viaggio sono il cuore pulsante della conferenza. Età media cinquanta-sessant’anni. Alcuni sembrano usciti da un catalogo new age — gonne a fiori, colori sgargianti, tatuaggi di mantra. Altri sono indistinguibili da qualunque americano del Midwest: jeans, t-shirt con scritte sportive, scarpe da ginnastica. È questa seconda categoria che mi colpisce di più. Gente normale, con lavori normali, che un giorno ha avuto un incidente, un infarto, un’operazione andata male — e ha visto qualcosa che non dovrebbe esistere.
Un tizio sulla quarantina mi mostra un tatuaggio sulla caviglia: “Love”. Me lo racconta come se mi stesse spiegando le indicazioni per il bagno. Incidente stradale, ventidue minuti di rianimazione, ha incontrato la nonna morta quando lui aveva sei anni. Non cerca di convincermi di niente. Non evangelizza. Dice solo: “Dopo non ho più avuto paura. Di niente.”
I luttuosi sono quelli che mi stringono il cuore. Primi conferenzieri, spaesati, spesso da soli. Hanno perso qualcuno e non sanno dove mettere quel dolore. La Chiesa — se ci andavano — non basta più. La psicoterapia sembra parlare un’altra lingua. Hanno digitato “vita dopo la morte” su Google alle tre di notte, sono finiti su un podcast, poi su un altro, e adesso sono qui, in un Hilton di Chicago, a cercare qualcuno che non li guardi come se fossero impazziti quando raccontano di aver sentito la presenza del figlio morto nella stanza. Di aver trovato il suo nome scritto da nessuno sulla condensa del vetro.
La sincronicità delle cose

Jung la chiamava sincronicità: coincidenze significative che non hanno spiegazione causale ma portano senso. All’IANDS ne parlano continuamente. Ogni incontro fortuito, ogni numero ricorrente, ogni canzone alla radio nel momento giusto diventa segno di qualcosa.
L’ho sempre trovato un concetto scivoloso — la mente umana è una macchina per trovare pattern anche dove non esistono. Ma qui, in mezzo a queste persone, la mia diffidenza vacilla. Non perché mi convinca della metafisica. Perché vedo cosa fa a chi ci crede.
Maria, la veterana che ha perso la figlia, racconta di aver trovato il nome Mia scritto nella neve sciolta il giorno dell’anniversario della morte. Il marito era con lei. Entrambi l’hanno visto. Non c’erano orme intorno. Coincidenza? Pareidolia collettiva? Non importa, in un certo senso. Quello che importa è che da quel giorno Maria riesce a dormire. Prima non dormiva.
C’è un prete episcopale alla conferenza — sì, anche i preti vengono — che dice una cosa che mi resta impressa: le chiese tradizionali hanno perso il monopolio della morte, ma non sanno ancora cosa metterci al posto. Lasciano un vuoto. E i vuoti si riempiono — di podcast sulle NDE, di conferenze negli Hilton, di gruppi Facebook dove finalmente puoi raccontare che tua madre ti ha parlato in sogno tre giorni dopo il funerale senza che qualcuno chiami lo psichiatra.
L’ombra sulla festa

Non è tutto luce, però. Non può esserlo.
A una delle prime conferenze che ho seguito, il relatore è un pediatra che negli anni Ottanta studiò le NDE nei bambini. Disegni commoventi: tunnel, figure luminose, nonni sorridenti. Poi torno in albergo, accendo il laptop, digito il suo nome. E trovo che nel 2014 è stato condannato per maltrattamenti sulla figliastra. Prigione.
Adesso è qui. Siede nel comitato consultivo dell’organizzazione. La direttrice, quando una giornalista glielo fa notare, parla di “seconde possibilità” e “cultura della compassione”.
Forse. Ma penso alle persone che sono venute qui dopo aver perso un figlio. Penso agli scandali che hanno svuotato le chiese — gli abusi, gli insabbiamenti, la protezione dei colpevoli. Se l’IANDS vuole essere qualcosa di diverso dalle istituzioni che la gente sta abbandonando, non può permettersi le stesse opacità.
Questa tensione — tra l’impulso autentico e le sue deformazioni — è il cuore di tutto. Lo spiritismo dell’Ottocento nacque dal dolore delle madri che avevano perso i figli nella Guerra Civile e volevano un contatto. Finì pieno di ciarlatani che intascavano soldi da vedove disperate. Ogni volta che l’umanità cerca una porta sul mistero, qualcuno ci piazza davanti un casello con il pedaggio.

La domanda che mi porto via
È l’ultima sera. Sono tornato sotto il tendone. Stayin’ Alive è finita da un pezzo, adesso passano roba anni Ottanta. Whitney Houston, mi pare. L’uomo con la camicia hawaiana si è seduto, suda come dopo una maratona, sorride a nessuno in particolare.
Penso a quello che ha detto la donna di Houston, quella con il cancro: “Ascoltare queste storie mi ha dato pace”. Non prove, non certezze. Pace.
Penso ai miei morti. Al tarlo che mi porto dietro da quando avevo dieci anni. Alle volte che ho sfiorato. A quello che ho visto e a chi non l’ho mai raccontato.
Penso all’Italia, dove atterrerò tra due giorni. Dove il settantacinque per cento della popolazione sogna i propri defunti ma quasi nessuno ne parla. Dove non esistono conferenze così, né gruppi locali, né posti dove dire “ho sentito mia nonna nella stanza” senza essere guardato come un caso clinico.
La domanda che mi porto via non è: l’aldilà esiste? Non ho elementi per rispondere e, francamente, non credo che sia il punto.
La domanda è: perché qui, in un Hilton del Midwest, settecento persone possono parlare di morte ballando sui Bee Gees, e a casa mia no?
Cosa ci manca? Cosa ci spaventa così tanto?
E soprattutto: si può costruire qualcosa di simile senza gli stand delle saune e i cristalli a ottanta dollari? Si può avere la comunità senza il mercato?
L’aereo parte domani. Ho due valigie di appunti e una vita di domande.
Si torna.

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