Cerca nel Franti
Cover Stories - Temi di riflessione

Gli eroi dimenticati

Gli infermieri rappresentano la base del sistema, la resilienza. Hanno coraggio da vendere, forse perché frequentano la morte più dei medici e, peggio, hanno la singolare abitudine di dedicarsi ai pazienti.

Ho mandato qualche scritto a Michele per vanità.

Da un po’ di tempo, per lavoro, frequento infermieri come lui e, di questo, sono infinitamente grato all’universo. Forse perché rappresentano la base del sistema, la resilienza. Forse perché hanno coraggio da vendere, forse perché frequentano la morte più dei medici e, peggio, hanno la singolare abitudine di dedicarsi ai pazienti, di pulire le loro deiezioni, di assisterli nel dolore, di frequentarli nella fine.
Col tempo ho imparato ad apprezzare la loro schiettezza, il loro coraggio, la loro modestia.
Sono coloro che lavorano dietro il palcoscenico, lontani dai clamori dei meriti ma essenziali per qualsiasi successo.

Michele non è uno che spende troppe parole. Michele sa ascoltare e, in genere, sa dire cose giuste.
Ieri ha letto qualcosa di mio e mi ha risposto con uno scritto stupendomi perché, che io sappia, Michele non scrive.
Il suo file si intitola “la mattanza” e il commento allegato è una sfida: “prova a scrivere una storia su questo”.

Lo scritto parla del covid e dei nuovi eroi nazionali. E’ evidentemente uno scritto anacronistico, probabilmente composto quando la gente si accorse dell’esistenza degli infermieri per poi tornare a dimenticarsi di loro.

Chiudo gli occhi.
Si alza la telecamera.
La scena è arcinota: schema classico per ogni film di azione che si rispetti.
Un uomo è in piedi, in mano ha una pistola. Dalla faccia mi pare Michele ma non ne sono sicuro.
La pistola è puntata su un soggetto ignobile che, a terra, piagnucola.
Non ci vuole molto per capire, dal dialogo che intercorre fra i due, che il soggetto per terra è un individuo abietto, uno di quei soggetti che non merita di vivere.
Ricostruire tutto nel dettaglio è complicato ma si capisce che il soggetto sotto tiro è un narcisista, uno di quegli individui schifosi che pensano solo al proprio interesse negando la dignità agli altri. Non so cosa abbia combinato, ma Michele ha il colpo in canna e potrebbe giustiziarlo sul posto.

E qui, coerentemente con lo schema tipico, Michele abbassa l’arma.
Trema, freme per la rabbia, ma decide che lui è un uomo migliore e che non risponderà alla violenza con la violenza: ha altro da fare, deve soccorrere una persona ferita poco più là.
Allora si gira e fa per andarsene ma lo schema tipico dei film di azione prevede che l’individuo ignobile, non appena Michele si gira, prenda una pistola, che in una colluttazione precedente è scivolata qualche metro più a destra, e la punti addosso a Michele in un misto di furore ed eccitazione che è volontà di riaffermare il proprio potere, volontà di vendetta che se ne frega di tutto, in primis del soggetto ferito.

Di questa scena ormai trita e ritrita mi disturba sempre l’asimmetria delle parti.
Una è chiamata alla resilienza, all’aderenza alla norma morale, l’altra può comportarsi in barba ai principi di onore e rispetto.
Lo schema tipico dei film prevede che intervenga un terzo elemento a riportare la giustizia, questa volta senza indulgere alla morale cristiana. Il tempo mi ha raccontato quanto questi finali siano solo prodotti culturali che non hanno controparte nella realtà ma servono solo a mantenere gli ultimi tranquilli.

Apro gli occhi.
Sfoglio “la mattanza” e saltano fuori un paio di cose.
Una è la frustrazione per essere stati eroi per caso: essersi trovati in una posizione di visibilità per un attimo per poi tornare nell’oblio, magari con una pistola contrattuale carica puntata alla nuca.
L’altra cosa che emerge è la consapevolezza che in covid è crollato l’accesso al pronto soccorso dal momento che ci andava solo chi stava davvero male. E da lì nasce la riflessione sul fatto che spesso la gente va all’ospedale alla ricerca di ascolto, di accoglienza, di amore.
Chi, se non gli infermieri, è chiamato a dare questo amore?

E’ lo stesso amore profuso verso il ferito del film, profuso senza paura, senza risparmiarsi, incuranti del male che intorno è ovunque e che ci tiene sotto tiro.
Nel 2020 la politica si è inginocchiata difronte agli eventi, ha piagnucolato e ha riconosciuto agli infermieri un ruolo con una retorica melensa ma questo è normale quando ci si scopre vulnerabili: come siamo vigliacchi quando ci puliscono il culo in reparto, quanto rispetto sappiamo portare a chi si occupa di noi nel momento del bisogno, a chi ci vede nudi e inermi, a chi ci infila dentro un catetere.
Quante belle promesse facciamo quando non siamo più certi del nostro futuro, quando siamo a fare i conti con la fine, quando la pistola la vediamo dal lato sbagliato.

Il covid è finito, gli infermieri si sono ammazzati per noi. Una mattanza.
Avrebbero potuto rivendicare una posizione contrattuale diversa, avrebbero potuto mettere la pistola alla testa di quella politica infarcita di retorica da baci perugina che si è trovata a terra a piagnucolare e a invocare santi ed eroi.
Non lo hanno fatto.
Vado a letto.

Siamo in cima a un grattacelo di Manhattan. Michele ha una pistola alla nuca e mi dispiace da morire vederlo così. Vorrei essere io quello che ferma quell’idiota che lo tiene sotto tiro perché so che Michele è un uomo capace di prendersi cura degli altri, ciò nonostante. Vedo l’idiota e vedo Michele in ginocchio, che non guarda l’idiota ma è chino sul ferito perché sa cosa sia davvero importante.
So che il lieto fine appartiene solo alle favole e mi accorgo che non sono nemmeno nella posizione di essere il terzo uomo della scena: quello che mette a posto le cose.
Mi manca una pistola e, se l’avessi, non saprei sparare a nessuno.
Mi accendo una sigaretta e mi siedo a osservare la scena.
Il colpo lo vedo solo arrivare, prende Michele su una spalla, eppure lui continua ad assistere il ferito.
L’idiota lo scarica tutto addosso a Michele, il caricatore, e ride.
Poi si volta e mi guarda fisso, con odio e soddisfazione
I colpi li ho contati e già so che non ne ha più. Michele è morto e il ferito sta agonizzando.
Mi alzo. Getto a terra il mozzicone con lentezza e con ostentata precisione.
Cammino a passi lenti verso l’idiota che mi urla contro qualche stupida minaccia.
Lo oltrepasso, ho altro da fare. Apro la porta e, allontanandomi, scuoto il capo.

Mi sveglio. Agitato, incazzato.
Mi sono licenziato il 21 dicembre, Michele.
Entrambi sappiamo perché.


Scopri di più da

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Francesco Landucci
L'URL breve di questo articolo è: https://www.ilfranti.it/wenf