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Quando la scienza condannò il proprio passato
Un professore del MIT con radici sefardite scrisse nel 1969 un libro che gli accademici liquidarono come “pura fantasia”. Mezzo secolo dopo, le sue domande restano senza risposta.
Il traditore dall’interno
Giorgio de Santillana era uno di loro. Storico della scienza al MIT, studioso di Galileo, custode legittimo della narrazione ufficiale sulla nascita della modernità. Aveva tutte le credenziali per celebrare il trionfo della ragione sulle tenebre. Invece, fece qualcosa di imperdonabile: guardò più a fondo.

Nato a Roma il 30 maggio 1902 da una famiglia ebraica sefardita di origini tunisine e iberiche, de Santillana aveva nel sangue il senso della marginalità fertile. Suo padre David Santillana, giurista di fama, aveva creato il Codice delle Obbligazioni tunisino del 1906 — prima sintesi moderna tra diritto islamico e continentale. Il figlio avrebbe tentato una sintesi altrettanto audace: tra scienza moderna e sapienza arcaica.
Laurea in fisica alla Sapienza nel 1925, due anni di filosofia a Parigi, assistentato a Milano. Nel 1929 Federigo Enriques lo richiama a Roma per organizzare una Scuola di Storia della Scienza. Insieme pubblicano la Storia del pensiero scientifico (1932). Nel 1936, con le leggi razziali incombenti, sbarca negli Stati Uniti. Dopo posizioni alla New School e Harvard, approda al MIT nel 1941. Professor ordinario di Storia della Scienza dal 1954. Colleghi: Norbert Wiener, padre della cibernetica, a cui leggeva i tarocchi. Jerome Lettvin, che lo ricordava come “uomo coltissimo con un wit mordente”. Philip Morrison, fisico teorico ed ex-allievo di Oppenheimer.
Era, insomma, nel cuore del tempio. E dal cuore del tempio lanciò la sua eresia.
Il processo a Galileo rovesciato

Nel 1955 de Santillana pubblicò The Crime of Galileo, primo studio completo in inglese del processo galileiano dal 1879. I recensori notarono l’attualità rispetto al maccartismo, allo stalinismo, al caso Oppenheimer. Il libro consolidava la narrazione classica: da una parte la ragione nascente, dall’altra l’oscurantismo teologico.
Ma qualcosa, in quella narrazione, non tornava.
Galileo non era un iconoclasta. Non voleva abolire la tradizione: voleva integrarla. Il suo metodo sperimentale non nasceva dal rifiuto del passato, ma dalla fiducia che l’universo fosse leggibile — una fiducia radicata in quella visione pitagorico-platonica che la modernità avrebbe poi liquidato come “metafisica”. Galileo guardava nel cannocchiale, ma i suoi occhi erano ancora quelli di chi credeva in un cosmo ordinato, matematicamente intelligibile, significativo.
La domanda scomoda che de Santillana cominciò a porsi: e se il vero processo, quello epocale, non fosse stato quello della Chiesa contro Galileo, ma quello della scienza successiva contro tutto ciò che Galileo stesso ancora rispettava?
L’incontro che cambiò tutto
Nel 1958, durante un simposio a Francoforte, de Santillana incontra Hertha von Dechend (1915-2001), etnologa tedesca formatasi con Leo Frobenius. Von Dechend, durante la sua dissertazione sui miti del Pacifico meridionale, aveva intuito che questi racconti si potevano comprendere solo “decifrando il loro senso astronomico.”
Per de Santillana fu “il momento della grazia” intellettuale.

La collaborazione durò un decennio. Von Dechend trascorse cinque inverni al MIT (1962-1967) mentre de Santillana si ammalava gravemente. Il contributo della studiosa tedesca fu probabilmente dominante. Il critico Edmund Leach suggerì che il libro fosse “ispirato da Santillana, ma scritto sostanzialmente da von Dechend.”

Il risultato: Hamlet’s Mill: An Essay on Myth and the Frame of Time (1969). Un’opera che l’accademia ha preferito ignorare piuttosto che confutare.
Il Mulino: la tesi incendiaria
L’idea centrale: i grandi miti dell’umanità — da Amleto a Sansone, da Osiride a Quetzalcoatl — non sono favole inventate da menti infantili per spiegare i fulmini o la morte. Sono codici. Trasmettono, in forma narrativa, un sapere astronomico preciso: la conoscenza della precessione degli equinozi.
La precessione è un fenomeno lentissimo: l’asse terrestre compie un giro completo in circa 26.000 anni, spostando gradualmente il punto in cui il sole sorge all’equinozio di primavera attraverso le dodici costellazioni zodiacali. Per scoprirla, non basta una vita. Non bastano dieci vite. Servono secoli di osservazioni sistematiche, tramandate con fedeltà assoluta.
De Santillana e von Dechend mostrano che questa conoscenza è codificata nei miti di civiltà separate da oceani e millenni. I numeri ricorrenti — 72, 360, 432, 12.960 — sono tutti divisori o multipli del ciclo precessionale. Le storie di mulini che si rompono, di alberi cosmici che cadono, di eroi che perdono il loro asse, descrivono tutte lo stesso evento: il passaggio da un’era precessionale all’altra, la fine di un “mondo” e l’inizio di un altro.
Se questo è vero, la storia della conoscenza umana va riscritta. Non dal semplice al complesso, ma dal cosmico al frammentario. Non un’ascesa, ma una caduta. Non un’alba, ma un crepuscolo seguito da un lungo sonno.
Il mito non è il balbettio dell’infanzia dell’umanità. È il testamento di un’età adulta dimenticata.

La reazione accademica: il rogo silenzioso
Le recensioni furono devastanti.
Edmund Leach (Cambridge, New York Review of Books, 1970): “Pura fantasia. Un gioco intellettuale.” Criticò l’uso di etimologie indo-europee “che sarebbero parse obsolete già nel 1870.”
Jaan Puhvel (UCLA, American Historical Review, 1970): “Questa non è un’opera accademica seria sul problema del mito nelle ultime decadi del XX secolo.”
Hilda Ellis Davidson (Cambridge, Folklore, 1974): “Dilettantesco nel peggior senso, saltando a conclusioni selvagge senza conoscenza del valore storico delle fonti.”
Albert B. Friedman (Claremont, 1972) paragonò il libro a “Velikovsky che rimbalza lungo la strada per Xanadu” — associandolo alla pseudoscienza.
De Santillana non fu bruciato. Fu ignorato — che è la versione moderna del rogo. Ma alcuni colleghi del MIT si schierarono. Philip Morrison scrisse su Scientific American: “Il libro è polemico, persino spavaldo; farà tempesta negli inkwell. Ha nondimeno il suono del metallo nobile. Un libro per i saggi, comunque possa apparire.”
Quando de Santillana andò in pensione nel 1967, il MIT organizzò un colloquio speciale intitolato “Opinioni impopolari e critiche ingiuste nella storia della scienza” — moderato da Victor Weisskopf, con partecipanti illustri tra cui Noam Chomsky. Un titolo che suona come una difesa preventiva.
Per visualizzare meglio questa situazione, si potrebbe paragonare la reazione dell’accademia a un organismo che rigetta un trapianto: de Santillana era “uno di loro”, ma le sue idee vennero percepite come un corpo estraneo così incompatibile con i dogmi del progresso lineare da scatenare una risposta immunitaria volta a isolarlo e dimenticarlo.
Dalla parte dell’eretico
Nonostante la reazione accademica generale sia stata “devastante”, Giorgio de Santillana godette del sostegno e della stima di diverse figure di spicco all’interno del MIT, che lo aiutarono a mantenere la sua posizione istituzionale e a difendere l’integrità del suo lavoro.
Gli scienziati e gli intellettuali più influenti che lo sostennero includono:
• Philip Morrison: Fisico teorico ed ex allievo di Oppenheimer, fu uno dei suoi difensori più accesi. Su Scientific American, scrisse una recensione in cui affermava che, nonostante il tono polemico, il libro Il mulino di Amleto aveva “il suono del metallo nobile”, definendolo “un libro per i saggi”.

• Norbert Wiener: Il padre della cibernetica era un amico stretto di de Santillana (il quale, curiosamente, gli leggeva i tarocchi). Wiener faceva parte della rete di colleghi che contribuì a proteggere la posizione di de Santillana all’interno dell’istituto.
• Jerome Lettvin: Neurofisiologo e scienziato cognitivo, ricordava de Santillana come un uomo di straordinaria cultura dotata di un’arguzia pungente.
• Harald Reiche: Classicista del MIT, non solo recensì positivamente l’opera, ma continuò attivamente la ricerca nel campo dell’archeoastronomia, pubblicando lavori che seguivano il solco tracciato da de Santillana.

• Noam Chomsky e Jerome Wiesner: Entrambi parteciparono al colloquio speciale organizzato per il pensionamento di de Santillana nel 1967. L’evento, intitolato significativamente “Opinioni impopolari e critiche ingiuste nella storia della scienza”, fu un segnale chiaro di rispetto istituzionale e solidarietà intellettuale di fronte alle controversie.
• Victor Weisskopf: Eminente fisico che moderò il suddetto colloquio, a testimonianza della stima di cui de Santillana godeva tra i vertici scientifici del MIT.

• Warren McCulloch e Walter Pitts: Questi pionieri della cibernetica facevano parte della cerchia ristretta di intellettuali eccezionali che proteggevano de Santillana dall’ostracismo che subiva altrove.
• Nathan Sivin: Storico della scienza e amico, difese il libro descrivendolo come un’incursione necessaria contro i “custodi accademici” che ignoravano il valore astronomico dei miti.
In sintesi, mentre il mondo accademico esterno lo liquidava come dilettante, il cuore pulsante del MIT riconosceva in lui un valore che andava oltre la stretta ortodossia.
Per comprendere questa dinamica, si può immaginare de Santillana come un navigatore solitario sorpreso da una tempesta in mare aperto (l’accademia globale), che trova però un porto sicuro e invalicabile nelle mura del MIT, difeso da giganti del pensiero che ne riconoscevano la nobiltà dell’impresa anche senza condividerne ogni rotta.
La nuova Inquisizione
Oggi il meccanismo si è perfezionato. Non servono più tribunali: basta Wikipedia.
La categoria del “non scientifico” funziona esattamente come funzionava quella dell’“eretico”. Non richiede dimostrazione: basta l’etichetta. Una volta apposta, dispensa dall’obbligo di guardare, di leggere, di confutare. Il marchio opera da solo: isola, delegittima, rende invisibile.
De Santillana viene liquidato come “pseudoscienza”. Giordano Bruno — che osò pensare un universo infinito, che osò recuperare la sapienza egizia ed ermetica — fu bruciato in Campo de’ Fiori. I metodi cambiano, la logica resta: chi sfida il paradigma dominante non viene argomentato, viene eliminato dal discorso.
E la cosa più grottesca è che tutto questo avviene in nome di Galileo. Nel nome di colui che disse “eppur si muove”, si condanna chi osa dire che forse, prima di noi, qualcuno aveva già osservato quel movimento. Nel nome del metodo sperimentale, si rifiuta di esaminare le evidenze che disturbano.
Galileo sarebbe oggi su Wikipedia, nella categoria “teorie del complotto”. Bruno non arriverebbe nemmeno a essere bruciato: verrebbe semplicemente demonetizzato, deplatformato, cancellato dall’algoritmo.

Che fine ha fatto il Mulino?
De Santillana morì l’8 giugno 1974 in Florida, cinque anni dopo la pubblicazione. Il suo archivio al MIT (MC-0282) conserva corrispondenza, manoscritti e fotografie.

Hertha von Dechend continuò da sola. Insegnò all’Istituto per la Storia delle Scienze Naturali di Francoforte fino al 1980. Curò edizioni ampliate del Mulino: la traduzione tedesca del 1993 (Die Mühle des Hamlet) e l’ottava edizione italiana del 2000 (Adelphi, 630 pagine contro le 505 originali). Morì il 23 aprile 2001. L’obituario su Isis la ricordò così: “Un vulcano si è spento.”
Il libro, ignorato dall’accademia, trovò un pubblico entusiasta altrove. Graham Hancock gli dedicò un intero capitolo di Fingerprints of the Gods (1995), ringraziando de Santillana come “ricercatore che vide che qualcosa era gravemente sbagliato nella storia dell’umanità.” Walter Cruttenden fondò il CPAK (Conference on Precession and Ancient Knowledge), che riconosce esplicitamente: “Questo compito fu iniziato da de Santillana e von Dechend.”
L’archeoastronomia, intanto, è diventata disciplina legittima. Esistono società professionali (ISAAC, SEAC, SIAC), riviste peer-reviewed, cattedre universitarie. Ma la tesi specifica del Mulino non è stata riabilitata. Clive Ruggles, unico professore di archeoastronomia (Leicester), la descrive come “un campo con lavoro accademico di alta qualità a un’estremità ma speculazione incontrollata al confine con la follia all’altra.”
L’eredità attuale nel mondo accademico
Oggi, sebbene l’archeoastronomia sia diventata una disciplina accademica legittima, la tesi specifica di de Santillana non è stata riabilitata. Gli accademici moderni, come Clive Ruggles, riconoscono problemi fondamentali nell’idea di una preoccupazione universale degli antichi per la precessione. Mentre il libro rimane in stampa e influente tra i ricercatori “alternativi” (come Graham Hancock), la scienza ufficiale continua a citarlo con estrema cautela, ritenendo che le sue prove non possano essere considerate scientificamente valide
Il libro resta in stampa presso David R. Godine Publisher. Citato con cautela dagli accademici, venerato dai ricercatori alternativi, mai dimenticato.
Il dogma che non si nomina

Perché tanta resistenza? Perché la tesi di de Santillana non viene confutata ma ignorata?
La risposta sta nella struttura stessa del pensiero moderno. L’evoluzionismo culturale — l’idea che le civiltà procedano dal “primitivo” al “civilizzato”, dal semplice al complesso, dalla superstizione alla scienza — non è una teoria scientifica. È una teologia secolarizzata.
Ha la sua escatologia: il progresso, il punto omega verso cui tendiamo.
Ha i suoi dannati: i “primitivi”, i “pre-moderni”, i “superstiziosi”.
Ha la sua chiesa: l’accademia, con i suoi riti, i suoi dogmi, le sue scomuniche.
Ha i suoi eretici: tutti coloro che suggeriscono che forse il passato sapeva qualcosa che noi abbiamo dimenticato.
Ammettere la tesi del Mulino significherebbe ammettere che la modernità non è un trionfo, è un’amnesia. Non una liberazione, ma una recisione. E questo l’establishment non può permetterselo — perché su quella narrazione riposa la sua stessa legittimità.
L’inconscio che ricorda
Ma la memoria non si cancella. Si seppellisce, si rimuove, si occulta — ma resta.
Jung l’aveva intuito: esiste un inconscio collettivo, un deposito di immagini archetipiche che attraversa le culture e i millenni. De Santillana gli dà un contenuto concreto: quell’inconscio conserva non solo simboli, ma conoscenze. I miti non sono sogni dell’umanità: sono la sua memoria a lungo termine, il disco rigido sopravvissuto al crash del sistema.
Questo significa che il recupero è possibile. Non tutto è perduto: è solo sepolto. Sotto gli strati di cemento del discorso pubblico, sotto le macerie del dogma positivista, la memoria continua a pulsare.
Dove? Nei miti, innanzitutto. Nelle tradizioni che resistono, degradate a “folklore” ma ancora vive. Nei sogni ricorrenti dell’umanità, che continuano a parlare di cadute e di assi spezzati, di diluvio e di ere che finiscono. Nella nostalgia inspiegabile per un tempo che non abbiamo vissuto, ma che in qualche modo riconosciamo.
L’uomo nuovo e il condensato del mito
L’intelligenza artificiale sta facendo qualcosa di inedito: sta rendendo esplicito ciò che era implicito. Sta mostrando che la “conoscenza” — quella che vendevamo come esclusiva dell’umano — è fatta di pattern, di correlazioni, di strutture che una macchina può replicare.
E questo costringe a una domanda che non possiamo più eludere: se la macchina può fare tutto questo, cos’è l’umano?
La risposta non sta nel competere con la macchina sul suo terreno. Sta nel recuperare ciò che la macchina non può avere: la memoria profonda.
L’intelligenza artificiale è pura sincronia: elabora il presente istantaneamente, ma non ha passato. Non ha l’esperienza di ere che crollano, di cieli che si spostano, di saperi che si perdono e si ritrovano. Non ha vissuto il trauma dell’oblio né la gioia del ricordo. Non ha, in una parola, storia — non storia vissuta, sofferta, sedimentata nell’anima.
L’uomo nuovo che questa epoca richiede non è il transumanista che si fonde con la macchina. È l’uomo che sa fare ciò che la macchina non può: ricordare. Riconnettere i fili spezzati. Riconoscere nel mito antico il codice di una sapienza ancora valida. Metabolizzare il moderno — con tutta la sua potenza tecnologica — non come rottura con il passato, ma come strumento per recuperarlo.
Servono, per questo, due cose che il mondo contemporaneo considera obsolete: anima e coraggio.
Anima, per sentire che la conoscenza non è solo informazione — è risonanza, è riconoscimento, è quel brivido che attraversa la schiena quando un frammento di mito illumina improvvisamente il presente. Coraggio, per difendere questa conoscenza contro il tribunale permanente che la dichiara “non scientifica” — sapendo che quel tribunale, come tutti i tribunali, sarà un giorno giudicato dalla storia.
Come ricostruire la memoria
De Santillana ci ha lasciato una mappa. Non completa, forse non del tutto accurata — ma una mappa. Ci ha mostrato che sotto i nostri piedi, sotto il cemento della modernità, esistono fondamenta più antiche e più solide di quelle che ci hanno raccontato.
Il mulino può essere ricostruito. L’asse del mondo può essere ripiantato.
Ma per farlo, bisogna prima ammettere che è stato spezzato. E bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: la modernità non è stata solo liberazione, è stata anche mutilazione. Il progresso non è stato solo conquista, è stato anche perdita. La scienza non è stata solo luce, è stata anche un altro tipo di ombra — l’ombra proiettata da chi crede di essere l’unica fonte di luce.
La post-modernità tecnologica ha bisogno di radici. Non può continuare a galleggiare nel vuoto pneumatico dell’eterno presente digitale. Ha bisogno di sapere da dove viene — non per tornare indietro, ma per sapere dove andare.
La conoscenza che oggi viene bollata di “non scientificità” è la stessa che un tempo veniva bollata di eresia. Galileo consolidava un metodo che non aboliva la memoria, ma la integrava in una ricerca onesta, senza dogmi. Bruno osava rivalutare il pensiero libero in un periodo di dittatura dogmatica.
Oggi la dittatura è diversa nei contenuti ma uguale negli effetti. E la resistenza richiede lo stesso tipo di coraggio: quello di chi sa che la verità non si elimina. Si può seppellire, ridicolizzare, dichiarare “non scientifica”. Ma continua a esistere.
E prima o poi, qualcuno la disseppellisce.
“Il mulino macinava un tempo sale e pace — ora macina sabbia e dolore. Così dicono i miti di ogni popolo. Ma anche: così sarà finché qualcuno non ricostruirà il mulino.”
Giorgio de Santillana (Roma 1902 – Florida 1974). Storico della scienza, professore al MIT. Autore di The Crime of Galileo (1955) e, con Hertha von Dechend, di Il mulino di Amleto (1969). I suoi documenti sono conservati negli archivi del MIT (MC-0282). Il Mulino è tuttora in stampa.
Pubblicato su Il Franti Magazine
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