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La geografia del panico selettivo

Le malattie cardiovascolari uccidono più del cancro in Italia. L’amianto fa ancora 4.400 morti all’anno. I PFAS erano noti come tossici dagli anni ’50. Il radon causa il 10% dei tumori polmonari. Eppur non ne parliamo. Secondo episodio del dossier «Mille modi di morire».

Mille paure di morire – EPISODIO 2. Anatomia di un’epoca che ha timore di troppe minacce

Dossier in quattro episodi — Il Franti

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In Italia il cancro fa 174mila morti l’anno. Le malattie cardiovascolari ne fanno 222mila. L’amianto ancora 4.400 solo in Italia. I PFAS contaminano l’acqua di 150mila veneti dagli anni ’70. Il radon causa 1 tumore polmonare su 10. Di questi non si parla quasi mai. Di cosa ci fa il 5G si parla ogni giorno. Secondo episodio del dossier «Mille modi di morire» su ~ilfranti.it~.

Cosa ci uccide davvero, e perché non ne parliamo


In Italia, nel 2022, le malattie del sistema circolatorio hanno causato 222.717 morti. I tumori ne hanno causati 174.566. Il cancro — lo spauracchio per eccellenza della nostra epoca, il meme su cui si costruiscono campagne miliardarie, associazioni di ricerca, screening di massa, film e romanzi e discorsi politici — è la seconda causa di morte nel paese, non la prima. La prima è una categoria di patologie che la maggioranza delle persone considera quasi inevitabile, quasi naturale, quasi connessa biologicamente all’invecchiamento: il cuore che si ferma, le arterie che si occludono, la pressione che non lascia scampo. Eppure il tasso standardizzato di mortalità per le malattie del sistema circolatorio è in aumento — più 4,4 per cento per le malattie del cuore nel 2022 rispetto al 2021 — mentre quello per i tumori è in calo: meno 1,1 per cento. Due traiettorie opposte, due livelli di attenzione collettiva inversi rispetto ai dati.

Prima di usare questa statistica per costruire una qualsiasi conclusione, bisogna fermarsi un momento e fare quello che i dossier sul rischio quasi mai fanno: chiedersi chi la produce, chi la presenta, e in quale direzione politica tende. I dati ISTAT sono affidabili nella loro produzione tecnica, ma nessun dato è politicamente neutro nel modo in cui viene selezionato e presentato. Dire che le malattie cardiovascolari uccidono più del cancro è vero. È anche una narrativa che sposta la responsabilità verso l’individuo — il tuo stile di vita sedentario, la tua dieta sbagliata, la tua ipertensione non curata — e lontano da cause strutturali e industriali. Non è che questa narrativa sia falsa. È che è parziale, come ogni narrativa. La sedentarietà uccide. Ma uccide anche l’inquinamento dell’aria nelle pianure padane, che l’Agenzia Europea per l’Ambiente e l’ISPRA stimano responsabile di cinquantamila morti premature all’anno in Italia, e che non è classificato come scelta individuale. Tenere entrambe le cose in testa è fastidioso. Scegliere una sola è più semplice e più utile politicamente, qualunque sia la politica che si vuole fare.

Il secondo livello di complessità riguarda quello che gli epidemiologi americani chiamano la «geografia del rischio»: l’idea che il codice postale di una persona predica la sua longevità meglio di quanto non lo facciano le sue scelte alimentari o genetiche. I dati del CDC americano per il periodo 2010-2022 mostrano una divergenza che inquieta. Nelle grandi aree metropolitane, la mortalità prematura evitabile per cancro è praticamente azzerata rispetto ai benchmark del 2010. Nelle aree rurali, i tassi di mortalità oncologica del 2022 assomigliano a quelli delle metropoli dodici anni prima. Non perché le cellule cancerose si comportino diversamente in campagna, ma perché l’accesso allo screening, alla diagnosi precoce, ai trattamenti avanzati, e spesso semplicemente a un medico di base, è strutturalmente inferiore. La malattia è uguale; la probabilità di sopravvivere è diversa. La «guerra al cancro» — quella slogan lanciato da Nixon nel 1971, lo stesso anno in cui nasceva la IARC — è stata combattuta con armi sofisticate distribuite geograficamente in modo profondamente ineguale.

Tra i fattori che influenzano la mortalità reale, cinque spiegano da soli tra il trentacinque e il quaranta per cento di tutti i tumori prevenibili: il tabacco, l’obesità, l’alcol, la dieta povera di fibre e ricca di alimenti ultra-processati, e la sedentarietà. Non ci sono industrie chimiche da nominare, non c’è un colpevole con faccia riconoscibile, non c’è una fabbrica da chiudere. Ci sono abitudini radicate, spesso consolatorie, spesso dipendenti, spesso — e questo è il punto che si omette sistematicamente — correlate allo stress cronico, alla precarietà economica, alla mancanza di alternative a basso costo. Il fumatore che vuole smettere ma non riesce non è solo debole di carattere. È una persona che usa la nicotina per gestire un livello di cortisolo che il suo stile di vita produce in quantità industriale. La sedentarietà dell’operaio che rientra dopo dieci ore di lavoro fisico o intellettuale estenuante non è pigrizia morale. È esaurimento. Dire che i cinque fattori comportamentali sono «gratuiti da correggere» — come fanno alcuni dei documenti da cui questo dossier attinge — è un’affermazione che regge solo se si astrae completamente il comportamento dal contesto sociale in cui si produce. Un’astrazione molto conveniente per chi governa le condizioni materiali di quel contesto.

Eppure questi stessi cinque fattori sono sistematicamente sottostimati dalla percezione pubblica. Il sociologo Paul Slovic ha dimostrato negli anni Ottanta che la percezione del rischio non segue la logica attuariale. Temiamo ciò che è involontario, invisibile, nuovo, tecnologico, e attribuibile a un colpevole identificabile — l’industria chimica, la multinazionale, il governo che permette qualcosa. Sottostimiamo ciò che è familiare, volontario e privo di un antagonista con nome e cognome. Per questo i pesticidi nei cibi generano panico — ottantacinque per cento di «conferme» nell’infosfera, stando ad alcune analisi del sentiment — mentre l’alcol, cancerogeno di Gruppo 1 con evidenza solida per sette sedi tumorali e senza alcuna soglia di sicurezza dimostrata per il tumore mammario, viene difeso come parte irrinunciabile della cultura mediterranea. Il radon — gas radioattivo naturale che si accumula nei piani terra degli edifici, responsabile di circa il dieci per cento dei tumori polmonari in Italia con punte regionali fino al sedici per cento, e che ha un effetto moltiplicativo brutale nei fumatori — è praticamente sconosciuto al grande pubblico. Non ha un’industria che lo produce, non ha una campagna che lo promuove. Non è un meme. Non fa paura.

La storia dell’amianto è probabilmente l’esempio più brutale del ritardo tra evidenza e regolamentazione. Le prime descrizioni cliniche dell’asbestosi risalgono al 1898. Il nesso con il cancro polmonare è documentato da Doll nel 1955, quello con il mesotelioma da Wagner nel 1960. L’Italia ha vietato l’amianto nel 1992 — sessant’anni dopo le prime evidenze robuste, anticipando l’UE di tredici anni, ma questo non è un vanto quanto potrebbe sembrare. Ancora nel periodo 2010-2016, l’ISS stima oltre 4.400 morti annue attribuibili all’amianto nel paese, di cui circa 1.500 per mesotelioma. Restano quaranta milioni di tonnellate di materiali da bonificare e oltre 370.000 siti contaminati. Non è una tragedia del passato. È una catastrofe sanitaria in corso, finanziata dalla lentezza della bonifica e dall’assenza di un allarme culturale paragonabile a quello riservato all’aspartame.

La storia dei PFAS — i «composti eterni», teflon e impermeabilizzanti e rivestimenti di mille prodotti industriali — è ancora più emblematica perché è contemporanea. Documenti interni resi pubblici da contenziosi giudiziari mostrano che già negli anni Cinquanta e Sessanta 3M era consapevole della tossicità animale di queste sostanze. Un memo DuPont del 1970 definisce il PFOA «altamente tossico per inalazione». Nel 1980 la stessa azienda documenta difetti alla nascita in figli di dipendenti esposte — senza divulgarlo. Il PFOA è stato classificato Gruppo 1 dalla IARC solo nel dicembre 2023. L’EPA americana ha imposto limiti nell’acqua potabile nel 2024. In Italia, il caso Miteni di Trissino ha contaminato le falde di trenta comuni veneti, esponendo circa 150.000 abitanti da almeno il 1977. Il processo penale è ancora in corso. Il gap tra conoscenza industriale e regolamentazione pubblica è di quaranta-sessant’anni. E chi ha riempito quel vuoto, per decenni, è la stessa strategia che l’industria del tabacco aveva perfezionato negli anni Cinquanta e Sessanta: finanziare ricerca alternativa, costruire dubbio, rallentare il consenso scientifico. «Il dubbio è il nostro prodotto» — così recita il memo interno di R.J. Reynolds del 1969. Non è uno slogan di un’associazione di consumatori. È la dichiarazione di missione di un intero settore dell’industria della comunicazione scientifica.

Tutto questo non porta a una conclusione semplice del tipo «il sistema è corrotto» o «le istituzioni mentono». Porta a una conclusione più fastidiosa: il sistema produce sia vera tutela sia vera opacità, a seconda del punto in cui si mette a fuoco; le istituzioni dicono sia cose vere sia cose convenienti per i propri finanziatori; e il cittadino che voglia orientarsi deve imparare a tenere in testa simultaneamente la validità dei dati ISTAT sulla mortalità cardiovascolare e la necessità di chiedersi perché questi stessi dati vengano usati per spostare la conversazione verso la responsabilità individuale. Non è un esercizio intellettuale da salotto. È la competenza minima necessaria per non essere usati da nessuno.



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Ennio Martignago