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Visioni dell’Aldilà: Testimonianze e Studi in Italia — Hereafter 4/5

Esperienze di premorte e visioning: l’Italia rompe il silenzio. Medici, hospice e ricercatori a confronto sulle NDE per dare un linguaggio a chi ha visto l’aldilà.

Storie di italiani che hanno visto l’altra parte (e non sanno a chi dirlo)

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“Quando in ospedale una persona sta morendo si mette un paravento, quasi a nascondere un evento sfavorevole, a stigmatizzarlo come cosa altra, diversa.”

Lo dice un medico veneziano che non vuole essere citato. Ha visto morire centinaia di persone in trent’anni di carriera. Ha visto anche altro — cose che non stanno nei manuali — ma quelle non le ha mai scritte in cartella.

“Io credo che quel paravento vada tolto. Soprattutto in termini culturali.”

Ho passato settimane a raccogliere queste voci. Le ho trovate sparse: in interviste sepolte su siti locali, in forum dimenticati, in conversazioni private, in libri che nessuno compra. Sono le voci dal paravento. Quelle che non dovrebbero esistere.

Eccole.


Marina e il tunnel che non era di luce

Marina Donati aveva ventiquattro anni nel 1993, studiava per diventare infermiera. Un incidente stradale la mandò in coma farmacologico per venti giorni. Quello che ricorda non sta in nessun manuale medico.

“Mi vedevo distesa sull’asfalto. Urlavo, cercavo di farmi sentire dai medici, ma nessuno mi rispondeva. Io stavo già nell’altra dimensione, eppure mi sentivo viva nel mio corpo.”

Poi venne il tunnel. Ma non quello luminoso dei racconti hollywoodiani.

“Era buio. Spaventoso. Sofferente. C’è un odore… non proprio gradevole.”

All’epoca Marina attraversava un periodo nero. Pensieri suicidari, un dolore che non sapeva nominare. L’esperienza — classificata dai ricercatori come NDE “angosciante”, solo il 3-5% dei casi — la cambiò completamente.

“Quell’evento spaventoso ha cambiato tutto. Adesso amo la vita.”

Il suo caso è stato pubblicato sulla Rivista di Psichiatria. È una delle poche testimonianze italiane a essere entrate nella letteratura scientifica. Le altre restano nel cassetto.


Nicole: 45 secondi dall’altra parte

Nicole aveva ventisei anni nel 1968. Operazione per asportazione dell’utero, anestesia, poi qualcosa andò storto. Morta clinicamente per quarantacinque secondi.

“Per la prima volta ho avuto coscienza di essere nel mio corpo. Mi sono vista dall’alto: giovane, spenta, cadaverica, col personale medico che mi ronzava intorno.”

Pensò al marito e al suocero in sala d’attesa. “Mi sono ritrovata improvvisamente lì. Avevo attraversato i muri. Li vedevo ma loro non potevano vedermi.”

Tentò di toccare il suocero. “Lui mi è passato attraverso.”

In quello stato, racconta Nicole — che oggi ha settantacinque anni e una memoria chirurgica — poteva “penetrare le coscienze altrui”. Entrò nel cuore del marito. Capiva cosa pensava.

Poi le tenebre. Il silenzio. E la consapevolezza.

“Sapevo di essere morta, anche se mi sentivo più viva che mai. Ero mille volte più intelligente.”

Una luce sempre più grande. “È stato il momento più bello della mia vita. L’amore che provavo non era nulla in confronto all’amore allo stato puro davanti a quella luce.”

Rivide il fratello morto a undici anni — ma con l’aspetto di diciassette, diciotto. “Mi sono ritrovata nelle sue braccia. Non mi è passato attraverso. Le nostre anime si sono riconosciute.”

Un’entità le chiese: “Quanto hai amato e cosa hai fatto per gli altri?”

In quarantacinque secondi, dice Nicole, vide la storia dell’umanità, civiltà scomparse, guerre future. Il fratello le disse di non parlare dell’esperienza per almeno diciassette anni.

Non so se crederle. Non so nemmeno se sia il punto. So che Nicole ha aspettato esattamente diciassette anni prima di raccontare, che lo fa con una serenità disarmante, e che non chiede niente. Non vende libri, non fa conferenze. Ha solo detto sì quando le ho chiesto di parlare.


I segni che non osi raccontare

Non sono solo le NDE. Ci sono le esperienze “minori” — se così si possono chiamare — che coinvolgono molti più italiani ma che nessuno confessa.

Rosalia passeggiava, una settimana dopo la morte del padre. Passando davanti a un negozio, fu attirata da un palloncino a forma di cuore con scritto: Abbracci e baci da papà. Si mise a piangere per strada. Da allora trova piume bianche e gialle ovunque, “anche in luoghi chiusi dove era impossibile che un uccello potesse entrare”.

Susanna lavorava con la madre in uno studio grafico. Dopo la sua morte, un giorno non riusciva a sistemare Corel Draw. “Una voce di dentro — quella di mia madre — mi ha detto Ctrl + F8. L’ho fatto e Corel è andato a posto. Mi sono messa a piangere.”

Si definisce “non molto credente e piuttosto scettica su certi segnali”.

Gabry ha perso un figlio. “Guidavo e ho parlato con lui. Dopo un istante il segnalatore di cintura non allacciata del sedile passeggero si è acceso e ha iniziato a squillare.” Nessuno seduto lì. “Nonostante ciò rimane sempre quel margine di incredulità, quel chiedersi se si tratti di coincidenze.”

Queste storie le trovo sui forum di auto-aiuto per il lutto, nei commenti sotto articoli che parlano d’altro, nei messaggi privati che mi arrivano dopo aver iniziato a scrivere di questi temi. Nessuno le racconta in pubblico. Tutti hanno paura di essere presi per matti.

Studi internazionali confermano che l’80% di chi vive esperienze del genere decide di tacere per paura di essere frainteso. In Italia probabilmente la percentuale è più alta.


Cosa vedono i morenti

E poi ci sono le voci dall’altra parte del paravento. Quelle di chi sta per morire.

Negli hospice, infermieri e medici osservano fenomeni che la formazione medica non contempla. Li chiamano deathbed visions — visioni sul letto di morte.

Julie McFadden è un’infermiera americana che lavora negli hospice da quindici anni. Le sue testimonianze sono state tradotte sui giornali italiani, dove hanno fatto discutere.

“A circa una o due settimane dalla fine, capita spesso che i pazienti inizino a fissare un punto lontano — una parete, il soffitto, un angolo della stanza — e non distolgano più lo sguardo per lunghi periodi.”

Lo chiama lo sguardo della morte. Poi c’è il visioning.

“I miei pazienti, nella maggior parte dei casi, sanno perfettamente che la persona che vedono è morta. Non sono in uno stato confusionale. Sono lucidi e consapevoli che nessun altro nella stanza può vedere o sentire ciò che stanno vivendo.”

Anche in Italia succede. Gli operatori lo sanno. Non ne parlano.

Anna aveva avuto diversi arresti cardiaci, il più lungo diciotto minuti. Data per morta. “Tu non ci fai niente qui. Vai via” — così le disse la madre. Che era già morta. “Era come la ricordavo: anziana ma non malata, come prima che morisse. Era rifiorita, luminosa.”

Il padre di Cristina, ricoverato per aneurisma cerebrale, ebbe un arresto cardiaco notturno. Fu rianimato. Il giorno dopo, pur sofferente e intubato, fissava la finestra: “Ho visto un bel posto”. Poi: “Ieri sera sono sceso dal letto e sono andato alla finestra. Volevo andare in quel bel posto ma quella cattiva non me lo ha permesso” — riferendosi alla dottoressa che l’aveva rianimato.

Era impossibile che intubato fosse sceso dal letto. Eppure lo descriveva con precisione.

Chiese alla figlia: “Promettimi di far lasciare la finestra aperta.”

Morì poco dopo. Con la finestra aperta.


Il muratore ateo

Questa storia me l’ha raccontata un’infermiera in pensione, a Parma. Suo zio.

Fine anni Cinquanta. Muratore, scuole elementari, non credente dichiarato. Un’ulcera perforante gli causò un arresto cardiaco durante l’operazione. Fu rianimato.

Tornò e disse: “Io stavo benissimo, non capivo perché i medici dicevano che stavo morendo. Vedevo dall’alto della stanza, in mezzo a una luce quasi accecante.”

Non lo raccontò mai alla moglie. Solo alla nipote, decenni dopo. “Avevo paura che mi prendesse per matto.”

Prima di morire, quasi novantenne, disse alla nipote: “Dì a tua zia che non si deve preoccupare di niente, perché so che andrò dove starò bene.”

Questa storia non è mai stata pubblicata da nessuna parte. L’infermiera me l’ha raccontata perché le ho chiesto cosa aveva visto in quarant’anni di professione. Ha esitato a lungo. Poi ha detto: “Sono contenta che qualcuno chieda. Nessuno lo fa mai.”


Il convegno che nessuno conosce

A ottobre 2025, a Roma, si è tenuto il primo convegno europeo sulle NDE accreditato dal Ministero della Salute. Medici, neurologi, psicologi, teologi. Ore di relazioni, studi, protocolli.

Non ne ha parlato nessuno. Non un articolo sui giornali nazionali, non un servizio in TV. È successo e basta.

L’anno prima, a Pistoia, teologi, neurologi e fisici si erano confrontati pubblicamente sulle esperienze di premorte. Anche quello passò sotto silenzio.

A Bentivoglio, vicino Bologna, c’è un hospice dove medici, infermieri e operatori socio-sanitari si formano insieme sull’accompagnamento alla morte. È l’unico in Italia. Le linee guida ministeriali, infatti, separano le figure professionali. Ognuno per sé.

“Il problema è culturale” — mi dice Monica Beccaro dell’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa. “Non abbiamo un linguaggio condiviso per parlare di queste cose. E se non hai le parole, è come se non esistessero.”


Quello che resta

Ho raccolto queste voci per settimane. Ne avrei altre, decine, forse centinaia. Tutte uguali e tutte diverse. Tutte con lo stesso pattern: l’esperienza, il silenzio, la vergogna, la ricerca solitaria, il sollievo nel trovare altri.

Non so se queste esperienze dimostrino qualcosa sull’aldilà. Probabilmente no, non nel senso scientifico del termine. Ma dimostrano qualcos’altro.

Dimostrano che migliaia di italiani vivono esperienze trasformative ai confini della coscienza — e che il nostro sistema culturale, sanitario, spirituale non ha strumenti per accoglierle.

Dimostrano che il 75% del Paese sogna i propri morti, ma quasi nessuno può dirlo senza sentirsi ridicolo.

Dimostrano che infermieri e medici osservano fenomeni inspiegabili al capezzale dei morenti, ma non hanno linguaggio per descriverli.

Il paravento va tolto. Queste voci esistono.

Bisogna solo imparare ad ascoltarle.


[4/5 — Continua]


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Ennio Martignago