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L’economia della paura EPISODIO 4

Il mercato degli integratori vale 200 miliardi. Il 59% degli esperti EFSA nel 2013 aveva legami industriali. Il debunking sanitario è spesso finanziato da chi ha interesse a essere difeso. L’ultimo episodio del dossier «Mille modi di morire» cerca chi guadagna — dalla paura e dalla sua smentita.

Mille paure di morire – EPISODIO 4. Anatomia di un’epoca che ha timore di troppe minacce

Dossier in quattro episodi — Il Franti

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Gli integratori non prevengono il cancro — alcune prove indicano che certi aumentano il rischio. Eppure il mercato vale 200 miliardi e cresce. Il EFSA nel 2013 aveva il 59% di esperti con legami industriali. La critica alla IARC sul glifosato proveniva da consulenti del tabacco. Il debunking ha i propri interessi. Nessuno ha le mani pulite. Ultimo episodio del dossier.

Chi guadagna dal cancro che non hai, e dal dubbio su quello che hai


Il mercato globale degli integratori alimentari valeva tra i 192 e i 203 miliardi di dollari nel 2024-2025. Le proiezioni più ottimiste lo portano a 460 miliardi entro il 2034. Per avere un termine di paragone: il PIL della Grecia è intorno ai 220 miliardi. Un’industria più grande di un’intera economia europea, costruita in larga parte su evidenze cliniche che oscillano tra deboli e inesistenti. Il World Cancer Research Fund — non esattamente un nido di cospirazionisti — ha scritto nel 2018 in modo esplicito: «non usare integratori per la prevenzione del cancro». La US Preventive Services Task Force nel 2022 ha concluso contro l’uso di multivitaminici, beta-carotene e vitamina E per la prevenzione primaria nella popolazione generale. Alcuni trial randomizzati hanno mostrato danno attivo: il trial ATBC ha registrato un aumento del diciotto per cento del tumore polmonare nel braccio con beta-carotene, interrotto prematuramente; il trial SELECT ha documentato un aumento del diciassette per cento del tumore prostatico nel braccio con vitamina E.

Nessuna di queste informazioni ha ridotto il mercato degli integratori. Il mercato cresce ogni anno. Il che suggerisce che l’acquisto di integratori risponde a qualcosa di diverso dall’evidenza clinica: risponde alla paura, alla necessità psicologica di fare qualcosa, di avere un’azione da compiere di fronte a una minaccia percepita come incontrollabile. Robert Crawford lo aveva chiamato «healthism» nel 1980: la trasformazione della salute in un progetto biografico individuale, un dovere morale e un marcatore di status sociale. Nell’economia del healthism, il tuo benessere è tua responsabilità, le tue malattie sono il prodotto delle tue scelte, e il mercato ti offre gli strumenti per gestire entrambi. Il «detox» non ha alcun fondamento fisiologico — fegato e reni lavorano in modo continuo e gratuito senza bisogno di assistenza da parte di centrifugati a 12 euro al bicchiere — ma vende perché promette controllo in un sistema in cui il controllo reale è limitato. Il «clean beauty» — cosmetici «senza parabeni, senza solfati, senza alluminio, senza fluoro» — vende perché trasforma l’atto di acquisto in un gesto di autodifesa da un ambiente percepito come ostile. Che i parabeni alle concentrazioni presenti nei cosmetici non abbiano nessun nesso causale dimostrato con il cancro è un’informazione disponibile ma che non cambia la percezione.

Fin qui si potrebbe concludere: è il mercato, bellezza. Le persone comprano illusioni di controllo perché ne hanno bisogno, e il mercato glielo fornisce. Ma il discorso si complica quando si osserva l’altra faccia della stessa moneta: l’industria che guadagna non sulla paura ma sulla rassicurazione. Il grande mercato del debunking sanitario — siti di fact-checking, esperti televisivi, podcast di «scienza contro le bufale» — è finanziato da una combinazione di istituzioni pubbliche, fondazioni private e, in molti casi, dagli stessi settori industriali che hanno interesse a essere difesi. Non è necessariamente corruzione: è struttura degli incentivi. Se il settore farmaceutico finanzia un centro di comunicazione scientifica che produce contenuti contro la disinformazione, quel centro può produrre contenuti impeccabilmente accurati sulla falsità delle terapie alternative e contenuti ugualmente accurati sulla sicurezza dei farmaci — ma sarà strutturalmente meno attrezzato a produrre contenuti sulle morti iatrogene, sulla polifarmacia, sulle stime di sopravvivenza che i foglietti illustrativi non riportano. Non è menzogna. È selezione.

Corporate Europe Observatory ha documentato in modo rigoroso che nel 2013 il cinquantanove per cento degli esperti nei panel dell’EFSA — l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, l’istituzione che valuta la sicurezza di quello che mangiamo — aveva legami diretti o indiretti con le industrie regolate. Suzy Renckens, responsabile dell’Unità OGM di EFSA tra il 2003 e il 2008, è passata direttamente a Syngenta. Harry Kuiper, presidente del panel OGM per quasi un decennio, manteneva stretti legami con l’ILSI, finanziato da Monsanto, Syngenta e Nestlé. La Corte dei Conti europea nel 2012 concludeva che «le agenzie dell’UE non gestiscono adeguatamente i rischi di conflitto di interesse». Questo non significa che ogni decisione dell’EFSA sia sbagliata o comprata. Significa che chi deve valutare l’attendibilità di una dichiarazione istituzionale sulla sicurezza di un additivo o un pesticida ha il diritto — anzi, il dovere — di chiedersi chi siede nei panel che l’hanno prodotta.

La FDA americana ha un curriculum che non è da meno. Il Vioxx — antidolorifico della Merck ritirato nel 2004 dopo cinque anni di mercato — ha prodotto secondo la testimonianza al Senato del funzionario FDA David Graham tra le 38.000 e le 55.000 morti premature in eccesso per cause cardiovascolari, durante quegli anni in cui era in commercio. L’OxyContin è stato approvato nel 1995 sulla base di dati clinici manipolati da Purdue Pharma, con un processo che ha poi prodotto 800.000 morti per overdose in venticinque anni. Lo zucchero aggiunto è stato difeso per decenni da una ricerca accademica finanziata dall’industria dolciaria, come ha documentato uno studio di Kearns, Schmidt e Glantz su JAMA Internal Medicine nel 2016: nel 1965 la Sugar Research Foundation pagò tre ricercatori di Harvard per produrre una revisione che scagionava lo zucchero e puntava il dito sui grassi, orientando le politiche alimentari americane — e con effetto cascata quelle mondiali — per cinquant’anni nella direzione sbagliata.

Parallelamente — e qui sta il punto più scomodo — la critica alla IARC proveniente da certi settori non è necessariamente più pulita. L’inchiesta di Kate Kelland per Reuters nel 2016 sulle presunte manipolazioni interne alla classificazione del glifosato ha prodotto danni reputazionali significativi all’agenzia. Le contro-inchieste hanno poi mostrato che Kelland attingeva quasi esclusivamente a fonti dell’American Chemistry Council e a consulenti che avevano lavorato per l’industria del tabacco. Entrambe le cose possono essere vere: la IARC può avere problemi di trasparenza nelle sue procedure interne, E la critica specifica alla classificazione del glifosato può provenire da fonti con interesse diretto a delegittimare quella classificazione. Uno non esclude l’altro. Anzi, la sovrapposizione è il terreno su cui prospera l’industria del dubbio: rendere ogni critica sospetta di essere sponsorizzata, e ogni difesa sospetta di essere comprata, finché il pubblico rinuncia a distinguere e si ritira nell’ignoranza o nel cinismo. Entrambe le reazioni sono, paradossalmente, utili all’industria.

Il caso aspartame è forse il più istruttivo perché coinvolge contemporaneamente tutti gli attori di questo ecosistema. La IARC classifica il dolcificante in Gruppo 2B sulla base di evidenza che i propri esperti definiscono «limitata». I media titolano «dolcificante cancerogeno». Il JECFA conferma la sicurezza alle dosi d’uso. I debunker spiegano che nessun rischio reale esiste alle quantità consumate normalmente. Le aziende produttrici di bevande light perdono vendite per tre settimane. L’industria degli edulcoranti naturali — stevia, eritritolo, fruttosio — registra un picco di vendite. I siti che avevano sempre attaccato l’aspartame esultano. I siti che difendono le classificazioni IARC devono questa volta spiegare perché il 2B sia meno preoccupante del solito. Alla fine di questo giro di valzer, chi ha guadagnato? Non il consumatore, che è più confuso di prima. Non la scienza, che ha visto il proprio linguaggio tecnico torturato in entrambe le direzioni. Qualcuno nel mercato degli edulcoranti alternativi. Qualcuno nell’economia dell’attenzione mediatica. Qualcuno che ha un prodotto da vendere come alternativa al rischio — reale o percepito che sia.

Dove porta tutto questo? Non alla paralisi, che sarebbe comoda ma fatale. Non al «non fidarsi di nessuno», che è un’altra forma di delega — stavolta alla propria ignoranza. Porta a qualcosa di più esigente: l’esercizio continuo di un dubbio metodico che non si accontenta del primo livello di analisi, né del secondo. Chi finanzia questo studio? Chi beneficia di questa classificazione? Chi guadagna dalla mia paura specifica? Chi guadagna dalla mia rassicurazione specifica? Non sono domande retoriche che portano automaticamente alla risposta «tutti mentono». Sono domande genuine che a volte portano alla risposta «questa istituzione è affidabile su questo punto specifico», e a volte a «questa affermazione è corretta ma viene usata in modo strategico per coprire qualcosa di diverso».

Ivan Illich lo aveva detto nel 1976 in «Nemesi medica», con la sintesi netta che non ammette mezze misure: la salute si perde nel momento in cui la si delega. Delegarla al mercato degli integratori significa pagare per un’illusione. Delegarla all’istituzione significa rinunciare alla propria capacità critica. Delegarla al debunker significa fidarsi ciecamente di chi spiega perché non fidarsi. La sola pratica che non prevede deleghe è quella dell’individuo che si fa domande scomode, tolera risposte parziali, e non smette di chiedersi — con una certa ironia verso se stesso e verso chiunque sostenga di avere la risposta definitiva — a chi giova la versione della realtà che in quel momento gli viene offerta.

Non è una posizione comoda. Non è nemmeno — per essere onesti fino in fondo — una posizione che garantisce sicurezza. È semplicemente la posizione meno disonesta disponibile, nell’ecosistema di informazione sanitaria che abbiamo.


Fine dossier «Mille modi di morire» — quattro episodi

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Ennio Martignago