La musica la farà da leone o da protagonista, fate voi, in questo post dedicato al nobile col segno D. Così all’impronta mi vengono in mente duchess dei Genesis, Duke Ellington, Sir Duke di Steve Wonder dedicata al medesimo Duca del jazz, George Duke se vi appassiona il jazz rock o la fusion, e non cito il Duca Bianco, perchè per lui ho in mente una menzione speciale. Così su due piedi e quattro mani la vedrei in questo modo e potrei dilungarmi già da adesso e sino e fino a fine post con le munizioni in mio possesso. Ma così non sarà, qui si ama il rischio, lo sapete. E nonostante la grande rete di protezione in mio possesso, andrò a stanare altri duchi e duchesse magari anche e per davvero nobili, appartenenti al reale o solo nel e del reame della fantasia. Chissà. Intanto buon ascolto.
Il perfido Duca Frittella, duca vero a fumetti, fa bella o brutta mostra di se sul giornaletto – un tempo si chiamavano così – a fumetti della Bianconi Editore dedicato a Soldino. Il giovanissimo re, monarca del regno di Bancarotta, riesce a salvarsi dalle mire e dagli attentati perpetrati – e non lo dico più – a sue spese dal Duca macchiato – da noi le frittelle non sono solo i dolci ma anche le macchie sui vestiti – e dai suoi pards – quando scrivo pards mi viene sempre in mente Tex, forse lo faccio apposta per citare l’eroe Bonelli, chissà – e solo l’energica presenza della Nonna Abelarda permette al reuccio minorenne di salvarsi ogni volta. Soldino e Nonna Abelarda li ricordate? Siamo alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso e l’editoriale Bianconi miete successi con alcuni personaggi rimasti nell’immaginario come la straordinaria vegliarda oppure, ad esempio, il diavolo gentile di nome Geppo, o ancora Trottolino, Volpetto, Felix il gatto – restyling italiano del celeberrimo personaggio delle strisce Usa – persino Braccio di Ferro e qui non servono spiegazioni, Bongo e Provolino. Su quest’ultimo ci sarebbe da scrivere parecchio, lo farò, credo. Dirò solo che trattasi di meta-personaggio, nasce in tv e approda con successo alla nona arte. Stop.

Se volessimo rimanere affumettati, e lo vogliamo, mandate a letto i bambini, perchè fra i duchi del fumetto spunta una duchessa dei diavoli, meglio conosciuta col suo patronimico Isabella, e casato accluso, de Frissac. Un fumetto per adulti – siamo nel 1966 e come abbiamo spiegato anche qui, oggi un account di influencer a caso su instagram è decisamente più pornografico – disegnato da Sandro Angiolini e ideato e scritto dall’accoppiata Cavedon – Giorgio – Barbieri – Renzo. E’ stata importante, la duchessa, sebbene discinta, o forse proprio grazie alle sue grazie – hihihihi – per essere stata la prima. La prima fumetta erotica italiana che nasce per via di un fenomeno meta-fumettistico, anche qui, nel senso che la duchessa dei diavoli fa il verso alla cinematografica Marchesa degli angeli, di cui parleremo domani e che si chiama Angelica.

Sulla nobile de Frissac ci sarebbe poi da aggiungere l’ennesimo testacoda transmediale, poichè la francesina spadaccina divenne nel 1969 un lungometraggio Isabella duchessa dei diavoli, diretto da Bruno Corbucci – mica palloncini colorati – con tale Brigitte Skay nei panni – devo dirlo, perdonate, pochi – della duchessa, e un nutrito plotone di comprimari fra i quali mi corre l’obbligo di ricordare per i più agè, Tino Scotti e Giacomo Furia. Due attori con un palmares e una carriera di tutto rispetto, come avrete già verificato voi stessi medesimi se avete clikkato sui loro link, qui sopra. La pellicola, nonostante la pruderie, non ebbe fortuna, mentre il fumetto fu un successo clamoroso, nonostante le sole due stagioni di stampe. In tutto, l’albo della duchessa rimase in edicola per dieci anni, minuto più minuto meno, per un totale di 263 numeri.
Se aveste problemi con il filmato ultimo agevolato, sappiate che è il film della duchessa, integrale, rinvenibile sul tubo, con i limiti imposti dalla piattaforma medesima, non si tratta di una “supercazzola”, per la precisione.
E che dire del Duca degli Abruzzi, già che dire? Il primo fu Luigi Amedeo di Savoia Aosta, e vabbè, poco ci importa, anche se il nobile duca fu, soprattutto, un grande esploratore. Ma quante scuole italiane sono intitolate al Duca degli Abruzzi, avete notato? Qui si che ci sarebbe da aprire una parentesi, ma che dico, avviare un controllo, addirittura indire un’inchiesta. Come uno si gira, di qua e di la, senza accenti per questa volta, si trova una scuola – elementare, asilica, media o superiore – un plesso – si dice spesso quando si parla di scuole – un casamento e un caseggiato, intitolato al Duca medesimo. Mah. Forse l’esplorazione conta parecchio in ambito scolastico, o contava, boh. Non posso smettere di parlare nobile e duchesco senza citare il duca di york, anche maiuscolo, che del regno britannico è il titolo nobiliare assegnato d’ufficio al secondogenito. Quello che non regnerà mai, però sarà duca e anche a York, ovunque sia sto posto in Inghilterra. Tornando al cinema, di duchi e duchesse, lo schermo è pieno. Uovo di Pasqua cinematografico il titolo nobiliare con la D, ammorba o colora, films, serietv, fictions e mictions di ogni tipo, ordine e tempo. Non solo. Ma anche in film apparentemente non nobilmente orientati appaiono e scompaiono duchi e duchesse come se piovesse. Ad esempio mi viene in mente il classico della fantascienza Carpenteriana 1997 fuga da New York con quel giocherellone di Jena Plissken dove il capo dei cattivi, il cattivissimo, si chiama The Duke, ed è interpretato sullo schermo dal grande musicista Isaac Hayes, uno dei più acclamati padri del cosiddetto Philly sound, cui appartiene il suo capolavoro assoluto: Shaft, o meglio il tema di, poichè nasce come colonna sonora del film momonimo.
E infine eccoci, rullo di tamburi, squilli di chiarine, piume e paillettes come se nevicasse oro e incenso al profumo di mirra, ossequi e genuflessioni per David Robert Jones from London in arte Bowie detto anche Duca Bianco. Thin white duke è il terzo dei soprannomi del grande musicista inglese, dopo Ziggy – degli ziggy sturdust delle stelle alieni e glam rockers – e il ribelle Halloween Jack. Nel periodo Duca, Bowie si è convertito ad un look molto più sobrio, rispetto ai suoi canoni precedenti, vestito spesso di bianco, con modi aristocratici ed eleganti. Tale passaggio coincide con uno dei mutamenti nodali nell’evoluzione artistica di Bowie, ma anche con uno dei suoi peggiori periodi personali, totalmente drug addicted, per dirla con Hermione. Strafatto da mane a sera si direbbe sotto er Cupolone. Fu Iggy l’iguana, pare, a convincerlo a mollare gli States, la vita sregolata e l’abuso di neve, quella là, dai che lo sapete. E con questo finì anche sto periodo per fare spazio all’Europa, la Germania e Berlino in particolare e alcuni suoi album maggiormente minimi – carino l’accrocchio no? – o semplicemente più sobri e diretti, come Low. Eravamo a cavallo e non a cammello degli anni ‘70 del novecento e in particolare un pò di quà e un pò di là fra il 1976 e gli anni dopo dei settanta. Nacque lì nella Berlinale metropoli la cosiddetta trilogia berlinese, composta e realizzata dal Bowie e Iggy Pop assieme a Brian Eno, che consisteva in Low, e poi Heroes e infine Lodger, correva l’anno 1979, e il duca, o meglio ex duca, era pronto a una nuova mutazione. Eravamo pressici o meglio vicini, agli ‘80 e la disco irrompeva su tutti i fronti, anche David non ne fu immune, per quanto e nonostante, capolavoricchiò ugualmente anche se in modo commercialmente aperto ed evoluto. We could be heroes just for one day…
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.