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Il Pescatore

Distopia, ucronia, e pure mia zia

Quando è stata l’ultima volta in cui avete assistito a un fatto in diretta e nel mentre qualcuno alla tv alla radio a internet vi diceva che quel fatto a cui stavate assistendo non esisteva?

Per piccina che tu sia tu sei sempre una badia, o robe così. E va bene, la strnzt l’ho scritta ora provo a essere meno fallace anche se non assicuro.  Che poi, come tutti sanno, l’adagio mica era per la distopia, o l’ucronia, al massimo per la zia, chissà. Le distopie per non parlare delle ucronie sono delle cose che mi hanno sempre interessato molto essendo io un fantascientifico di nascita e di crescita per parte mia e solo mia.  Nessuno è stato impiegato, tanto meno sfruttato, ito ato um, o altri ati,  per rendermi tale. Ho letto riletto, sfogliato, comprato e sottoscritto, fiumane di pagine di libri e libretti, fantascientifici e science fictionabili. di ogni ordine e grado a partire dagli Urania tutto da solo. E con essi mi sono formato, per non dire informato. Ci sono distopie e ucronie più famose di altre, quella forse maggiormente ragionata per non dire raccontata – dico così perchè è una di quelle cose di cui tutti parlano ma pochi hanno letto –  al limite sono arrivati a guardare la serie tv, peraltro non proprio riuscita, sebbene gradevole – è quella della Svastica sul sole, che in tv è diventata l’uomo nell’alto castello o qualcosa del genere. Per spiegarci con precisione – non posso certo farlo io, ne converrete – di cosa stiamo parlando, estraiamo una precisa e ben orchestrata spiegazione sul significato dei termini da un articolo sul tema redatto dal professor Luca Gino Castellin della Università Cattolica di Milano, al link il pezzo integrale.

Nel linguaggio comune, la distopia è intesa come un’inversione dell’utopia, una sua totale negazione. Pertanto, se l’utopia descrive i contorni di una società ideale, superiore e più giusta, la distopia delinea i tratti di una società spaventosa, inferiore e più ingiusta. Tuttavia, piuttosto che essere una negazione dell’utopia, la distopia potrebbe essere la sua essenza. Ogni distopia, infatti, è un grido d’allarme contro lo status quo, è una denuncia morale nei confronti di una realtà avvertita come oppressiva e disumana. Per evitare che il passato e il presente siano destinati a trasformarsi in un incubo futuro, la narrativa distopica agisce in maniera preventiva, mettendo in guardia i lettori.

Che poi quella di Dick è universalmente riconosciuta più come ucronia che distopia. Sorge dunque spontaneo il cruccio e poi nasce di colpo l’esigenza di conoscere anche la spiegazione tecnica del significato di questo termine. Ve la faccio brevissima:

Esperimento mentale con cui si ipotizzano esiti storici diversi da quelli che realmente si sono verificati

La spiegazione dettagliata la trovate al link. Ora non saprei dire se quello che è successo a Firenze sia più distopico o ucronico, tantomeno ziostico. Facciamo che ve lo racconto e poi decidete voi. In un giorno qualsiasi di qualche tempo fa, ve lo dico per correttezza dell’informazione e per vostra eventuale verifica personale, era maggio, verso la fine, diciamo il 28 e non se ne parla più. Quindi voi che leggete ora il post medesimo potete anche sputtanare lo scrivente a dx e manca, per la mancata diretta. Si scrive quando si può, ma sempre con grande gioia amici cari. Una leccatina ogni tanto non guasta, si sa. Tornando al distopico, quel giorno lì, in quel di Firenze si è realizzato un meccanismo tipico dei mondi distotrucronici. Una roba che avrebbe fatto godere lo stesso gran capo maggiore e assoluto della disto/ucronia tutta, il sig.Filippo K Dick delle sue e delle nostre brame. 

duomo firenze

Mentre sulla città cadeva la pioggia e la temperatura – dopo giorni di pesante, inattesa e, quasi, preoccupante calura agostana tosta di maggio – dai 37 dei giorni precedenti calava dieci anche dodici o tredici gradi, tornando gradevole e di poco sotto le medie stagionali. Mentre, dunque, nella vita reale accadeva ciò, per non dire questo, e ribadire quella cosa lì. Al  telegiornale del canale tre della Rai RadioTelevisioneItaliana, e in particolare nell’edizione delle 14 del telegiornale regionale della Toscana che va in onda in diretta da Firenze e in particolare dalla sede regionale della rai sita in largo Alcide De Gasperi 1, uno, una, um, accadeva altro. Constatate di persona – non vi fidate del sottoscritto – andate sul sito di mamma rai e guardate il tg medesimo, mi raccomando il tg regionale toscano della rai delle 14 del 28 maggio 2026, sennò la distopia o quelchelè non si compie. In esso tg che andava in onda in diretta mentre su Firenze pioveva a dirotto, parlando del clima in città, dissero e completarono il detto con un bel servizio filmato con tanto di audio al seguito,  che il capoluogo toscano, anche quel giorno lì, risultava essere una delle città più calde dell’Italia tutta, bollino rosso, compresa  gente che  boccheggiava – anche in video con apposite immagini e interviste – e altre immagini a corredo del sole che implacabile spaccava le pietre. Ore 14 telegiornale regionale della Toscana, 28 maggio 2026. Fuori dalla mia finestra, nella stessa Firenze, pioveva,  e c’erano 26 gradi celsius, sempre loro, i centigradi.  La distopia o come vi piace chiamarla si era compiuta. Ma non finisce qui. La sera dello stesso giorno al telegiornale nazionale del canale primo della solita rairadiotelevisioneitaliana che si chiama da molti anni TG1 e va in onda alle ore 20 della sera, si è consumata un’altra strastistopia. Nel corso del tg, una non meglio specificata loro inviata – che vuol dire che non era una giornalista che si è presa le immagini e i servizi della redazione regionale toscana della rai, bensì, ella è stata mandata dalla sede centrale romana a documentare in proprio sul campo lo stato delle cose a Florence – si esibiva con un servizio dal capoluogo toscano dove – come era successo alle 14 al tg regionale – la pioggia caduta a più riprese sulla città di Dante quel giorno, era svanita del tutto, e anche la temperatura si era mantenuta torrida invece di aver subito cali importanti e godibili per i residenti e pure gli avventizi. Non a caso, nel medesimo servizio, l’impavida giornalista inviata documentava con apposite interviste a ignari turisti perlopiù strangers la canicola e il loro disagio. 

florence

Ora la domanda è una, senza polemiche, ma solo raccontando la cronaca, i fatti nudi e crudi. Siamo davvero sicuri che sia questo il mondo che vogliamo? Un posto dove un giornalista, anzi, alcuni di loro, fanno articoli, servizi, reportage, dai luoghi, senza uscire dall’ufficio, dall’albergo, o altro posto comodo e confortevole dove hanno riparato? Quel 28 maggio sono successe cose, è vero, ma si tratta di poca roba, in confronto ad altri eventi stranianti che avvengono ogni giorno da luoghi di conflitti per non dire guerre o similari. Quando un corrispondente ci racconta cosa succede in Iran dal suo ufficio di Istanbul o Atene, o altre capitali nelle vicinanze ma non troppo coinvolte; non so se si possa parlare di distopia, ma poco ci manca. Il problema sta nella crisi del giornalismo dovuta al passaggio al digitale direbbero i benpensanti. Ma io no creto – direbbe invece crozza con forte accento abruzzese nella immancabile parodia – ho paura che il problema stia sì in una profonda crisi del giornalismo italiano. Dovuta però a eventi che poco hanno a che fare col digitale e la rivoluzione annessa. Si tratta di redazioni in cui non si assume più nessuno da oltre cinquant’anni, dove i pensionati non vengono sostituiti, dove il lavoro dei giornalisti aumenta a dismisura e  viene svolto sempre da meno persone, e dove, in effetti, i cambiamenti della sopraggiunta rivoluzione digitale, non sono stati compresi, ne studiati, tantomeno metabolizzati, nella maggior parte dei casi.  Boh. Bye. 

ps. dall’emittente di stato a cui paghiamo un canone per legge, ecco insomma, forse, non so, che ne dite, si dovrebbe pretendere rigore e precisione? Non so, chiedo troppo? Immagino di sì.

ps2. a questo proposito e come piccolo esempio propedeutico vorrei aggiungere  che nel tg regionale della toscana da anni vanno in onda perlopiù solo servizi da alcune città. Anche lì, come da altre parti, nella redazione rai della Toscana, via via che i corrispondenti da alcune  province sono andati in pensione, l’azienda non ha provveduto alla loro sostituzione. Vi diranno che, in caso di notizie importanti sul territorio, la redazione ha sempre mandato giornalisti dal capoluogo. Certo che sì, ci mancherebbe. Ma provate a vedere quanti servizi da Grosseto, Siena o Massa Carrara, per non dire Prato o Pistoia o anche Pisa, trovate in un anno di tg regionale. Secondo me noterete  una certa disparità fra quelle province e Arezzo o Livorno, dove i corrispondenti o loro similari sono ancora operativi. E questo sarebbe il servizio pubblico? 


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