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Cover Stories - Temi di riflessione

Dialogo con il Vampiro — Parte I

William Fichtner is Jasper Vampire

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PATRIMONIO UMANO SOTTO ASSEDIO: VACCINI mRNA, GENI E LA GRANDE DOMANDA

Una inchiesta narrativa tra scienza, cautela e il diritto di sapere cosa entra nei nostri corpi


Atto Primo: Nel labirinto del citoplasma

Facciamo un esperimento mentale. Immagina il tuo corpo come una metropoli invisibile: le cellule sono palazzi, il nucleo è il municipio dove risiedono i veri segreti – il DNA, il nostro codice ereditario, custodito come un archivio blindato. Intorno al municipio, il resto della città vibra di attività: il citoplasma, dove accadono migliaia di cose ogni secondo.

Nel dicembre 2020, i primi vaccini a RNA messaggero (mRNA) iniziavano il loro viaggio nei bracci di milioni di persone. Un messaggero straordinario: non virus veri e propri, non inserimenti diretti nel nostro codice genetico, ma istruzioni temporanee, come biglietti postali che dicono alle cellule: “Produce una proteina spike, solo quella, solo per un po’.”

Ma ecco il primo punto critico: che ne sappiamo davvero?

Secondo il consenso scientifico ufficiale – FDA, EMA, organizzazioni sanitarie globali – la risposta è rassicurante: l’mRNA non entra mai nel nucleo dove risiede il DNA. Non ha i segnali chimici per attraversare quella membrana nucleare. Non codifica gli enzimi necessari per alterare il DNA. Non integrarsi nel nostro patrimonio genetico è biologicamente impossibile per il semplice motivo che manca di tutti gli strumenti per farlo. Oltre un miliardo di dosi somministrate e nessun caso documentato di alterazione genomica negli archivi peer-reviewed di rilievo.

Eppure, qui inizia il nostro racconto vero.

Perché la domanda che milioni di persone si posero non era astratta: e se le certezze di oggi fossero le sorprese di domani? È la stessa domanda che dovrebbe aversi fatta un medico negli anni ’40 con il DDT, un miracolo agricolo che solo decenni dopo rivelerà la sua natura di assassino silenzioso. O chi prescriveva il talidomide alle donne incinte: una molecola che sembrava innocua finché i bambini non nascevano con arti deformati.

La storia della medicina insegna umiltà.

Il messaggero temporaneo: quello che sappiamo

L’mRNA del vaccino COVID-19 – sequenze come BNT162b2 (Pfizer-BioNTech) o mRNA-1273 (Moderna) – è avvolto in nanoparticelle lipidiche (LNP), piccolissime bolle di grasso che agiscono come taxi molecolari. Arrivano al sito di iniezione, si fondono con le cellule, rilasciano il messaggero nel citoplasma. Lì, i ribosomi – le fabbriche proteiche della cellula – leggono le istruzioni e producono la proteina spike.

Questo dovrebbe durare poche ore. Giorni, al massimo.

Ma qui scopriamo qualcosa di interessante: la persistenza è stata sottovalutata. Uno studio del 2023 pubblicato su Cell da Röltgen e colleghi ha documentato che la proteina spike può persistere nei linfonodi fino a 60 giorni – non le “ore o giorni” promessi nelle brochure iniziali. L’mRNA stesso è stato rilevato nei linfonodi ascellari fino a 30 giorni post-iniezione secondo ricercatori che hanno esaminato campioni da persone decedute.

Cosa significa? Che il nostro corpo sta lavorando per settimane, non per ore. E le implicazioni epigenetiche di questo lungo dialogo cellulare – come il nostro sistema immunitario viene riprogrammato – ancora non le comprendiamo completamente.

La domanda proibita: la retrotrascrizione

Nel 2022, uno studio di Aldén et al. pubblicato su Current Issues in Molecular Biology crea un piccolo terremoto scientifico: in cellule epatiche (linea Huh7) in vitro, l’mRNA del vaccino BNT162b2 mostra tracce di trascrizione inversa entro 6 ore. In parole povere: il messaggero temporary sembra trasformarsi in DNA.

L’establishment scientifico risponde subito con critiche metodologiche fondate: le cellule Huh7 sono cancerose, con proprietà biologiche anomale; le concentrazioni usate potrebbero non riflettere l’esposizione reale; e soprattutto, l’integrazione nel genoma – il vero punto – non è stata dimostrata.

Nel 2023, ricercatori del Whitehead Institute/MIT (Zhang et al., pubblicato su Viruses) offrono una risposta più articolata: sì, è vero che il SARS-CoV-2 naturale può integrare DNA nel genoma via meccanismi di retrotrascrizione (4-20 cellule su 1000 in certi scenari), ma la trasfezione di mRNA vaccinale non produce integrazioni rilevabili in cellule normali. La differenza? L’infezione virale causa uno stress cellulare massiccio che upregola i retrotrasposoni endogeni (LINE-1), mentre il vaccino non innesca questa tempesta infiammatoria.

Ma – ed è un “ma” importante – mancano ancora studi prospettici decennali sulla popolazione generale.

Atto Secondo: La questione regolatoria – il velo che copre il velo

Qui entriamo in territorio più scivoloso, dove la scienza incontra la politica, e il diritto incontra l’incertezza.

Una domanda che pochi si pongono: perché i vaccini mRNA contro il COVID-19 non sono classificati come prodotti di terapia genica (GTP)?

Tecnicamente, potrebbero esserlo. Il meccanismo d’azione – inserire istruzioni genetiche per modificare l’espressione proteica – corrisponde alle definizioni regolatorie. Nel 2020, il filing della SEC di Moderna riconosce esplicitamente: “L’mRNA è attualmente considerato un prodotto di terapia genica dalla FDA.” Anche il fondatore di BioNTech, Ugur Sahin, dichiarò nel 2014 che “ci si aspetterebbe che un farmaco mRNA sia classificato come biologico, terapia genica, o terapia con cellule somatiche.”

Eppure – e qui il documento del 2009 dell’EMA è cristallino – le autorità regolatoriali escludono esplicitamente i vaccini contro malattie infettive dalle normative sui GTP. Una inconsistenza affascinante: i vaccini mRNA anticancro sono classificati come GTMP, richiedendo follow-up di 5-15 anni e studi su genotossicità; i vaccini mRNA COVID-19 non lo sono.

Cosa cambia? Non la biologia. La classificazione.

Questo ha conseguenze pratiche enormi: i GTP richiedono studi di biodistribuzione estensivi, genotossicità, trasmissione germinale, valutazione del rischio di mutagenesi inserzionale. Questi studi non sono stati applicati ai vaccini COVID-19 con lo stesso rigore.

Non significa che siano pericolosi. Significa che il quadro normativo ha fatto una scelta: classificare come “vaccini tradizionali con una nuova piattaforma” piuttosto che come “terapie geniche.” Una scelta amministrativa che cambia il tipo di sorveglianza richiesta.

Dimandatevi: è scienza pura, o un’eccezione geopolitica necessaria durante una pandemia globale?

Nell’oceano delle probabilità

Torniamo al punto fondamentale: la stocasticità biologica – quel caos probabilistico che sfida ogni modello.

La storia della medicina ci insegna che una molecola “semplice” come il talidomide può rivelarsi letale dopo anni. L’aspirina, il DDT, il Vioxx – tutti celebrati come miracoli, tutti ritirati dopo aver seminato cicatrici. Se una molecola semplice peut ingannarci così gravemente, come potremmo mai anticipare gli effetti stocastici di una piattaforma radicalmente nuova come l’mRNA?

Qui entra in gioco la farmacovigilanza: il sistema globale che cattura i “segnali deboli” – effetti rari, anomalie su larga scala, pattern che emergono solo tra milioni di dosi. Nel 2024, l’FDA richiede studi post-marketing quindicennali per le terapie geniche approvate, una finestra di sorveglianza che è sia un riconoscimento di incertezza che un impegno al monitoraggio.

Con oltre un miliardo di dosi mRNA somministrate, il “rumore di fondo” che gli epidemiologi osservano suggerisce sicurezza: nessun segnale coerente di integrazione genomica, nessuna ondata di infertilità, nessun’epidemia di malattie neurodegenerative attribuibili al vaccino. Ma – e il “ma” rimane enorme – i dati a lungo termine specifici per questa piattaforma, su multiple generazioni, semplicemente non esistono.

Siamo nel regno delle certezze probabilistiche, non matematiche. E in questo regno, la cautela non è paranoia; è umiltà scientifica.

Il nostro compito come lettori

Leggere questo articolo e credere ciecamente sarebbe un errore. Credere ciecamente il governo sarebbe un errore. Credere ciecamente le voci di internet sarebbe un errore ancora più grande.

La vera conoscenza – quella che ci serve per navigare il nostro corpo e il nostro patrimonio genetico – richiede di fare tre cose:

  1. Leggere le fonti primarie, non i riassunti. I paper pubblicati su Cell, Nature, i report della FDA.
  2. Integrare la certezza con l’incertezza: sapere che oltre un miliardo di dosi non hanno prodotto prove di danno genomico, ma anche sapere che non abbiamo dati decennali.
  3. Porre domande scomode ai nostri medici, ai nostri governi, alle istituzioni – non con sospetto, ma con curiosità genuina.

Perché il nostro corpo non è una roulette. È nostro.


Prossimo capitolo: “Virus di laboratorio e la fantasia dell’ingegneria”


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Ennio Martignago