Dirovvi subito, a scanso di equivoci, che giocano a giugno nella mia città. Trattasi di un palio antico, che si chiama calcio storico. Altro non dico, male non faccio, a tu per tu, anche a voi e a noi. Tolto il dente, con dolore, spazziamo il cielo dalle restanti nuvole e dirigiamoci a larghe falcate – come mi piace scrivere ampolloso e retorico – verso i Bianchi dell’italica speme, come ad esempio quel Diego Bianchi in arte Zoro che imperversa sugli schermi delle tv nazionali anzichenò, ricordandoci che il talk show è morto, viva il talk show.
Certo non posso esimermi, datosi che lo feci coi rossi, di ricordare anche i bianchi, quelli coi gradi senza essere sergenti maggiori o generali, dentro i bicchieri che per l’occasione potrebbero pure diventare coppe, alfine flute. Molti ce ne sono, tanti ne vorremmo, soprattutto gli appassionati e devoti sostenitori del superciukkismo, ma attenti a quello che chiedete, perchè talvolta potrebbero avverarsi. E qui spezzo una lancia a favore del pensiero critico e dei pensierini della sera, ma in maggior numero, a detrimento o col flamenco, degli sgrammaticati di ogni dove e pure. Essi che scrivono e parlano anche peggio e usano a sproposito – come e meglio del sottoscritto – qualunque parola, verbo o interiezione, gli venga a portata di penna, mano, bocca e altri accidenti. Come ho appena fatto io me medesimo.

Come ci informa wikipedia se medesima in una pagina loro dedicata – pagina che va precisato contiene informazioni ricavate automaticamente dalle voci biografiche con l’ausilio del template Bio e di un bot – e poi non dite che non vi avevo avvisato; i Bianchi degni della menzione nell’enciclopedia pop del mondo, sono la bellezza di 224. Tralasciando i più ovvi e i meno atti, mi soffermerò su quelli che mi pare a me. Manco fossi la Meloni. Tolti gli allenatori – spiacente – gli architetti – che ce volete fa – gli astrofisici, assassini seriali e arcivescovi – ogni associazione è puramente casuale – mi concentrerei sull’attrice Daniela Bianchi, la quale, a proposito di James Bond, ce la spiega molto dettagliatamente.
Seconda al concorso di Miss Mondo, la nostra rimane nel cinema fino al 1968, poi si sposa e vive una vita lontana dai fasti ma, decisamente, più felice e completa. Non a caso l’unica sua apparizione davanti ad una macchina da presa, che nel frattempo è diventato un aggeggio digitale, scatta nel 2012, in un film documentario – o docufiction come adesso adesso si designano, o anche declamano, o forse disegnano – dal titolo emblematico e oltremodo simpatico: Noi non siamo come James Bond. E anche se la vicenda non tocca la Bianchi, la quale si è prestata, come anche lo stesso Sean Connery – lui proprio ma solo in voce – però è gustosa, fatevelo dire e poi scrivere, o forse prima scrivere, boh?
E che dire di Maria Prada Bianchi, in arte Miuccia e poi Prada. Stilista come poche e imprenditrice anche pure e meglio. Prada è Prada e anche una o più barche, come sappiamo e non sappiamo. Chi lo sà in genere è stato spesso sveglio di notte a guardare regatare con passione durante lunghe sessioni di ventose traversate, orzate e strambate, per le quali nessuno si è mai offeso, nonostante le parole usate. Non ci posso fare niente – vi chiedo scusa – ma ho la rima incorporata. E non lo faccio intenzionalmente. Scriviamo di lei in attesa di una cospicua sponsorizzazione, qui lo dico e lo preciso, poiché secondo voci affidabili, ad esempio Forbes, – nota rivista del mondo eco e nomico per non dire finanziario – ella nell’anno di cui siamo adesso, risulta essere la più ricca d’Italia, dopo soli altri venti, quindi al ventunesimo posto con un patrimonio di, circa, minuto più, mesata meno, quattro miliardi di dollari o sesterzi, magari dracme, ma propenderei .per i verdoni, e mezzo. Ha inventato il pocono, il logo di Prada, il marchio Miu Miu, diffonde arte moderna assieme al marito Patrizio Bertelli dal ‘93 del ‘900 tramite la Fondazione Prada,

Rimanendo nella zona degli imprendi e pure tori, sebbene non di maggio, o forse sì – ora mi informo e vi dico – troviamo un Bianchi con le ruote a raggi che nel 1885 fonda la Bianchi bici e velocipedi. Marchio celebre e fissato indelebilmente nell’immaginario collettivo ma anche in quello singolo, forme e linee classiche e inconfondibili, azzurro e verde, celeberrime collaborazioni con Coppi e Pantani, per dire, con multiple vincite di giri e d’italia e di tours che sempre giri sono ma però – che a scuola la prof mi segnava in blu – in francese e in Francia. Edoardo si chiamette il fondatore iniziale che già nel 907 del secolo scorso aveva trasformato la bottega artigiana iniziale in una fabbrica con 400 dipendenti, dove si producevano, all’epoca, non solo migliaia di bici e cilette, ma pure moto e auto. Come ad esempio la Bianchina, do you remember, nata qualche anno dopo la dipartita del fondatore dell’impero, circa una decina, ma che sancisce l’inizio dell’Autobianchi, azienda mista fondata da fiat, pirelli e bianchi di cui sopra. Poi avviluppata e inglobata in fiat tutta medesima insieme nei ruggenti ‘60 – fine anni. Puro Nuvolari e Ascari gareggiarono per Bianchi.

Ma come sapete ormai pure voi sebben non siate noi, per vs fortuna, qui i cuori battono dove c’è arte e in particolare la nona arte. Al proposito esce dal cappello, nello specifico una bombetta, il mitico Simone Bianchi, in arte lui medesimo, autore di copertine di dischi e fumetti e poi di fumetti tutti interi e anche a puntate, e poi insegnante di nona arte e poi autore lui medesimo di cose e casi e arte varia, nonchè designer. Egli lui è toscano, proprio di Lucca dove sosta ogni anno la carovana mondiale del fumetto in quella fantasmogoria che si chiama Comics and Games con Lucca all’inizio del titolo. Questo non funge da raccomandazione per lui medesimo, anzi forse, ma ciò e nonostante, l’arte e la passione lo assistono e presto, diventa uno dei disegnatori italiani – ancora troppo pochi ma per fortuna qualcuno c’è – che lavorano per le grandi major mondiali del fumetto: Dc, Marvel, e Image. Del resto uno dei suoi primi lavori è stato Brandon con Bonelli, mica salciccia e friarelli, per quanto buonissimi. Molte sono le cose di lui e da lui, ma qui e ora, vogliamo segnalare un lavoro da egli realizzato che, a nostro avviso, è davvero clamoroso, ovvero il disegno ex novo dei costumi – non di zorro, ne di pollo, ma – degli x men. Sembra ci scherzi, ma vi assicuro, che, se lo facessi, lo farei molto ma molto seriamente. Ciane a parte, fosse capitato a me ne sarei savvero e anche davvero, orgoglioso. Lo salutiamo e ci salutiamo con una sua libera interpretazione di un altro super dell’universo imaginifico delle nuvole parlanti, l’antieroe per antonomasia della Image, denominato Spawn.

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