Estratto
Questo articolo esplora il counseling metacostruttivista, definendolo come un paradosso in cui l’aiuto non deriva da certezze assolute, ma dalla condivisione di un metodo basato sull’esperienza vissuta. L’autore contrappone il counseling commerciale, che agisce in modo distaccato, a un approccio autentico dove il professionista scommette del proprio, mettendo in discussione le proprie convinzioni per non imporle all’altro. Attraverso tre esempi clinici, viene illustrato come questa disciplina aiuti le persone a decostruire schemi rigidi e diagnosi limitanti per abitare nuove possibilità di realtà. Il testo sottolinea inoltre l’importanza dell’elemento umano, evidenziando come i chatbot non possano sostituire questo processo poiché privi di una storia personale e di vulnerabilità reale. In definitiva, il counseling è presentato come un’ascesi rovesciata che richiede rigore interiore per sostenere il percorso altrui con estrema modestia.
Nove anni dopo. Una rilettura, con casi al lavoro.
Nove anni dopo la lezione SIC Torino, il paradosso del non-mestiere torna utile per orientarsi tra coach, chatbot e diagnosi fai-da-te. Anche oggi questo rimane ancora il modo più onesto di stare nel non-mestiere del counseling: non fare il banco, scommettere del proprio. Tre casi al lavoro — una madre, un manager, una ragazza piena di etichette — e una nota sui chatbot che simulano l’ascolto.
C’è una vecchia immagine, di quelle che la cristianità orientale ha consegnato all’iconografia con una certa insistenza: lo stilita appollaiato sulla sua colonna, nel deserto, intento a perfezionarsi al riparo dal mondo. Una figura che dovrebbe ispirare devozione e che invece, a guardarla bene, somiglia molto a certi coach contemporanei — anche se la colonna è diventata un profilo Instagram e il deserto un pubblico di follower paganti.
La domanda, allora come oggi, è la stessa: a cosa serve diventare santi da soli? Se la santità — o, per chi preferisce un lessico meno teologico, la maturità interiore — si conquistasse soltanto sottraendosi al contatto, varrebbe la pena di conquistarla? Il fatto stesso che la tradizione monastica abbia sempre dovuto produrre regole per la vita comune, e che gli eremiti più radicali finissero quasi sempre per ritrovarsi una piccola folla di discepoli ai piedi della colonna, dice già qualcosa: la sfida non è togliersi dalla mischia, è restarci dentro senza esserne sbranati.
Il counseling, in questo senso, nasce come paradosso. Non è una via alternativa alla psicologia, alla psicoterapia o alla psichiatria — chi lo presenta in questi termini fa marketing, non epistemologia. È un’altra cosa: è la condivisione, da parte di chi ha intrapreso una propria via per affrontare le proprie esperienze, di un metodo per affrontare le esperienze altrui senza pretendere di risolverle. È il contrario esatto del guru, e proprio per questo è facilmente scambiabile con il guru: la differenza sta tutta nella postura.
Il banco e la scommessa

C’è una metafora che ho usato negli anni e che continua a sembrarmi utile, anche se forse oggi andrebbe aggiornata. Quella del banco e dello scommettitore.
In ogni casinò il banco vince quasi sempre, perché ha messo in piedi un sistema in cui il margine è suo. Il giocatore, invece, rischia il proprio. Ecco: una buona parte del counseling commerciale — quello che si imbuca nei format motivazionali, nei seminari da fine settimana, nelle piattaforme online che promettono trasformazioni in sei sessioni — funziona come un banco. Chi fa il counselor non ha mai scommesso del proprio. Non ha mai messo in gioco le proprie certezze. Non ha mai avuto il coraggio di destabilizzare il proprio modus vivendi. Vende strumenti che non ha mai usato su sé stesso, e quando l’altro chiede conto dei risultati, ha pronta la formula assolutoria: “il processo è tuo”.
Il Counselor Metacostruttivista fa l’esatto opposto. Non dà per scontate le ragioni della realtà conformistica — quella che oggi chiameremmo, con un certo abuso lessicale, il “mainstream” — né le proprie presunzioni o convinzioni. Aiuta l’altro a plasmare frame di realtà che siano possibili e compatibili con le sue convinzioni, non con quelle del counselor. Il che, detto in parole povere, significa che il counselor deve avere lavorato sul proprio sistema di credenze abbastanza a lungo da non rovesciarlo addosso al cliente per inerzia.

Le palestre del paradosso
Il Bilanciamento Dinamico, la Coerenza e il Metacostruttivismo sono, in questo quadro, tre palestre metodologiche della Dialettica Modulare nella Tranceless Hypnosis. Tre modi per allenarsi a una via apparentemente impossibile, ma che proprio della propria impossibilità fa il punto forte.
Il Bilanciamento Dinamico non è equilibrio statico, non è la quiete del meditatore zen da rivista patinata. È il continuo riassetto fra spinte contrarie — desiderio e dovere, identità e mutamento, appartenenza e distinzione — che non si risolve mai una volta per tutte. Chi lo pratica accetta di vivere in mezzo a una tensione produttiva, anziché cercare il porto sicuro di un sistema chiuso.
La Coerenza, qui, non è quella ostentata da chi ripete sempre la stessa cosa: è la fedeltà a un percorso che cambia. Si è coerenti con la propria storia, non con le proprie opinioni del mese scorso.
Il Metacostruttivismo è la consapevolezza che ogni frame di realtà è costruito, ma che proprio per questo è anche modificabile. Non un relativismo da happy hour (“ognuno ha la sua verità”), ma il riconoscimento che le verità si costruiscono in relazione, e che si possono ricostruire meglio.
La frase che riassume tutto questo, e che vale la pena ripetere nove anni dopo come allora, è una sola: “Non ho risolto tutti i miei problemi, né ho certezze da propinare, ma posso offrirti il mio tempo, la mia vicinanza e le mie esperienze perché tu possa affrontare il tuo percorso nel modo migliore perché sia veramente tuo invece che di qualcun altro e di certo non il mio.”
Tre stanze, tre paradossi

Le parole, in counseling, valgono quanto si vedono al lavoro. Ecco tre situazioni — composte a partire da casistiche frequenti, non riconducibili a persone reali — in cui il paradosso metacostruttivista mostra cosa significhi, concretamente, non fare il banco.
Prima stanza. La madre che vuole essere autorizzata a sbagliare. Arriva una donna sulla sessantina. Il figlio adulto, dopo anni difficili, le ha appena annunciato che non vuole più rivederla. Lei vorrebbe che il counselor le dicesse, magari con un po’ di tatto, che il figlio ha torto. Tutta la rete familiare e amicale, del resto, gliel’ha già detto. Un counselor-banco confermerebbe il frame — signora, certi figli sono ingrati — e incasserebbe la parcella in cambio di un sollievo a scadenza ravvicinata. Il counselor metacostruttivista non lo fa, ma non fa neppure l’opposto, che sarebbe altrettanto comodo: spiegarle che ha sbagliato tutto. Le restituisce piuttosto una domanda scomoda — se suo figlio avesse anche solo in parte ragione, cosa cambierebbe nella sua idea di sé come madre? — e si rende disponibile a starle vicino mentre la domanda lavora. Il bilanciamento dinamico, qui, è la capacità di reggere insieme due verità incompatibili (essere stata una madre fatta a modo suo e avere fatto del male) senza che una ne cancelli l’altra. Il paradosso è che la guarigione non sta nella scelta fra le due, ma nell’abitarle entrambe.
Seconda stanza. Il manager che vuole licenziarsi e non riesce. Quarantotto anni, ruolo apicale in una multinazionale, stipendio che gli permette tutto tranne il tempo di goderselo. Arriva dicendo che vuole mollare e aprire una piccola attività agricola in una valle del Cuneese. Lo dice da tre anni. Un counselor-banco gli proporrebbe un piano in dieci punti per “trovare il coraggio”, magari con tanto di vision board. Il counselor metacostruttivista nota un’altra cosa: che ogni volta che l’uomo si avvicina alla decisione, qualcosa lo blocca, e che quel qualcosa non è la paura — è una fedeltà mai nominata a un’immagine del padre operaio che voleva un figlio “arrivato”. Il lavoro non è sbloccare la decisione: è rendere visibile il frame dentro cui la decisione vale o non vale. Quando l’uomo riesce a vedere che il padre, oggi, sarebbe orgoglioso anche di un agricoltore di montagna — perché il padre, in realtà, era orgoglioso di lui, non del suo curriculum — la decisione diventa praticabile. Oppure no, e va benissimo lo stesso, perché adesso è una scelta sua. Il paradosso: il counselor non lo ha mai spinto a decidere. Si è limitato a togliere il pavimento finto sotto la decisione.
Terza stanza. La giovane che ha già fatto tutta la diagnosi da sola. Ventiquattro anni, due lauree triennali in corso, una storia di terapie cognitive, una collezione di etichette autoprodotte — iperattiva, ad alto funzionamento, evitante, plusdotata, traumatizzata complessa — raccolte in parte da TikTok, in parte da letture serie, in parte da terapeuti precedenti. Arriva dicendo: so esattamente cos’ho, mi serve solo qualcuno che mi aiuti a gestirlo. Il counselor-banco prenderebbe il manuale di gestione e procederebbe per checklist. Il counselor metacostruttivista, invece, riconosce che ogni etichetta è un frame — utile in certi contesti, prigione in altri — e che la ragazza ha costruito una identità così densa di diagnosi da non lasciare più spazio a una persona. Il lavoro qui non è togliere le etichette (sarebbe violento e probabilmente inefficace): è imparare insieme a metterle e toglierle. Quando, per te, essere “ad alto funzionamento” è una risorsa? Quando è una scusa? Cosa cambia se per un’ora, oggi, proviamo a parlare di te senza nominare nessuna diagnosi? Il paradosso: il counselor prende sul serio le etichette proprio per renderle facoltative. Non le smentisce, le rende modulari.
Aguzzini di sé stessi

Essere spietati counselor di sé stessi — aguzzini metodologici della propria mente — per poter aiutare il prossimo con la massima modestia, mostrando all’occorrenza il fianco a vulnerabilità dolorose: questo è il paradosso del non-mestiere. È un’ascesi rovesciata: non si sale sulla colonna per sfuggire al mondo, si scende per affrontarlo, e ci si esercita a un rigore interiore proprio perché non lo si pretende dall’altro.
Va aggiunto qualcosa che nel 2017 era meno urgente di adesso. Oggi una parte consistente del lavoro di accompagnamento viene delegata a interlocutori non umani — chatbot, assistenti conversazionali, modelli linguistici di cui chi scrive non può fingere di ignorare l’esistenza visto che sta usando uno di loro come strumento di lavoro editoriale. Questi sistemi simulano molto bene l’ascolto, e in certi contesti possono perfino essere utili. Però c’è una cosa che non possono fare, ed è esattamente quella che il counseling metacostruttivista mette al centro: non hanno scommesso del proprio. Non hanno una storia di scelte vissute, di destabilizzazioni superate, di certezze rotte e ricostruite. Possono restituire frame, ma non possono abitarli. Sono banchi senza scommessa, per definizione strutturale.
Questo non li squalifica, li colloca. Il counseling come paradosso si gioca su un terreno che, finché restiamo onesti, resta umano: quello di chi accetta di mostrarsi vulnerabile per essere credibile, e di restare modesto pur sapendo qualcosa. Una posizione scomoda, antieconomica, mal pagata, e proprio per questo poco contendibile dal mercato — il che, di questi tempi, è quasi una garanzia di serietà.
Bibliografia ragionata
A. Musso, E. Martignago, Interferenze (2017)
E. Martignago, Libri https://enniomartignago.it/libri/
E. Martignago, articolo originale su Medium, https://flashennio.medium.com/counseling-come-paradosso-6ac9590298d1
E. Martignago, Tranceless Hypnosis, NuovaIpnosi
Gianfranco Cecchin, Gerry Lane, Wendel A. Ray, Irriverenza: Una strategia di sopravvivenza per i terapeuti, Franco Angeli Ed., Milano, 1992
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.