“Cavallino rio rò
prendi la biada che ti do.
Prendi i ferri che ti metto
per andare a San Benedetto.
San Benedetto all’osteria
cavallino trotta via”.
Alzi la mano chi non ha fatto saltare sulle proprie ginocchia – per favore smettetela di fare l’occhiolino e darvi gomitate con sorrisini allusivi – un bimbetto o una bimbetta, assai piccolo in genere; o, è stato/a/um lei lui lum stesso a um, il fantolino a um sballottato allegramente sulle ginocchie altrui al ritmo di detta fila e poi strocca. Per dovizia di particolari e conformità nella citazione – non chiedete – tengo a precisare che dalle mie parti si diceva e si sentiva dire “ria rò” a onor del vero. Se proprio proprio. Ma questo non significa si fosse gli unici a cantarla e fosse essa versione l’unica disponibile su piazza. E in effetti, come spesso, anzi sovente, per non dire sempre, quando si affrontano questi delicatissimi temi filastrocchici, appena giri l’angolo trovi subito un’altra storia con testi diversi anche se di poco e poi un’altra e ancora e ancora
Cavallino ria ro’
prendi la biada che ti do.
Prendi i ferri che ti metto
per andare a San Francesco.
A San Francesco c’è una via
che ti porta a casa mia.
A casa mia c’è un altare,
con tre monache a pregare.
Ce n’è una più vecchietta
è Santa Barbara benedetta.
Lasciando per un attimo da parte le citazioni religiose, sappiamo che per arrivare al senso e all’origine di essa strocca – se un senso ci sarà cit. vaschica – dobbiamo forzatamente addivenire alle radici più profonde, alle più antiche, alla base e non all’altezza del primo e solo di lui, che disse o scrisse o recitò, forse cantò, tale ritornello detto anche strocca a filo. Ebbene secondo fonti non confermate ma tutto sommato abbastanza attendibili, pare che non ci sia un’origine e uno scrittore /a /um di essa fila e poi strocca. Ella canzuncella sta assai popolarmente di traverso a diverse culture e paesi e tradizioni perlopiù pop, assai, e molto più orali che scritte. Antica e passata di bocca in bocca, – come spesso accade per codesti cosini così – sino a giungere ai nostri e pure giorni. E fu così che si scoprì che il ria rò o rio rò di cui vi abbiamo documentato poche righe a monte, nelle antiche spirali della genesi strocchica altri non era che Arrò Arrò e/o Arrì Arrò.Anche con una sola erre in alcune versioni. In quanto onomatopea specifica nel suo verso medesimo di tipica incitazione se non incitamento al quadrupede singolo o in coppia – pariglia avrebbero detto quelli e poi Roversi e Dalla – nel mentre che lo si sprona a dare il meglio di sé nella cavalcata verso i luoghi onde si è diretti, anche dette, destinazioni.
Cavallì cicciricciò per la biada che ti do per i ferri che ti metto devi andare a San Francesco.
A San Francesco c’è una via che ti va a Santa Lucia; a Santa Lucia c’è un altare con tre monache a cantare
una per i Vivi, una per i Morti, una per i Santi Padri nostri
Sul Cicciricciò ammetto di aver avuto un mancamento. Quivi mi si rimescolano le carte sul tavolo, e anche a merenda, vuolsi per giunta cavoli e per l’ennesima volta. E pensare che mi ero appena rimesso in sesto dopo la rivelazione di: arrò e arrì anche con una sola erre; già di per loro, pesanti e difficili da concepire. Cicciricciò sgomenta e non lascia scampo. Ma non finisce qui. Se scendiamo lungo lo Stivale, quello lì dell’italiche sponde, troviamo il siciliano: “Arri Arri cavallino piglia la soma e va al mulino” – roba di fine ottocento – mentre nelle more dei significati e delle aggiunte sulla fila e poi strocca troviamo anche altre variabili; (riporto solo le differenze per amor della cronaca e non annoiare gli astanti) (ndr)
ci sta un frate che prepara le frittate;
le frittate non son cotte, mangeremo le ricotte;
le ricotte son salate, mangeremo le frittate!per andare a San Galletto; a San Galletto Abbadia
questo bimbo io lo butto via!!!!a San Francesco c’è una via che ti porta a casa mia;
a casa mia c’è una vecchiaccia che fa sempre la linguaccia!!!A S.Francesco c’era un frate che cuoceva le patate;
me ne diede un pezzettino: buttalo via questo bambino!A casa mia c’è una piletta piena d’acqua benedetta,
per lavarsi mani e viso per andare in Paradiso.
In Paradiso c’è una rosa chi ci va ci si riposa;
all’inferno c’è un serpente chi ci va se ne pente.San Francesco è una buona via per andare a casa mia;
a casa mia c’è un altare con tre messe da cantare;
canta, canta rose e fiori che l’è nato nostro Signore.
L’è nato a Betlemme fra il bove e l’asinello,
una pezza per mantello per coprire Gesù bello.
Gesù bello e Gesù Maria, tutti i Santi in compagnia.
Chi la sa e chi la canta Dio gli dia la gloria santa.
Mì e la so e l’ho cantà: cento e un anno e g’ho guadagnà.
Come avete avuto modo di consta e tatare, si svaria fra frittate e linguacce, patate in Paradiso ma anche altrove, con rose e serpenti quasi tutti sotto la supervisione di santi, nello specifico Franceschi, per arrivare all’apoteosi conclusiva che ci restituisce un racconto di Natale in tutto e per tutto, 25 incluso, sebbene non nominato. Del resto si sa: la varietà è sovrana quasi come la confusione che del resto regna, bene, il più delle volte, e al solito i cocci rimangono del proprietario della rottura, più che del titolare del monile, portagioie o suppellettile, spezzettato impudicamente da cui provengono i cocci proverbiali. Bye
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