Amok, con l’accento sulla o, e detto con una vaga inflessione emilian bassa lombard, tipo mantovana, indicherebbe una reiterazione. In realtà la k finale non ci sarebbe, ma non stiamo a sottilizzare. L’espressione per essere completa deve avere una tendenza alla domanda e un accento finale. Si chiude con un punto di domanda, non visto, ma sottinteso. Letteralmente significa “di nuovo”, ancora, l’hai fatto ancora, l’hanno fatto di nuovo? Ma quell’amok lì, ammesso che esista, a noi non interessa, L’amok del titolo è una conseguenza di questo:
“Amok è una parola malese. Indica una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana, un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica”.
E questa citazione sta in un romanzo breve, alcuni lo definiscono racconto o novella, dal titolo omonimo, nel senso che come avete visto è sempre lui o lei, la paroletta con la k. Un romanzo scritto da Stefan Zweig nel 1922 e pubblicato su un quotidiano, come spesso avveniva, in altri tempi e in altri luoghi, anche qui da noi. Il protagonista del racconto – un medico – è lui medesimo vittima dell’incontrollabile impulso – l’amok – mentre si trova su un piroscafo partito dall’India alla volta dell’Europa. Sulla nave il dottore conosce una donna inglese e ne viene ammaliato al punto da essere vittima dell’amok e di una sorta di passione divorante. Vera e propria febbre d’amore. Non finirà bene.

Di libro in libro di amok parlano, come ben visualizzato qui sopra, un romanziere di spessore e di giallismo professionale come Carlo Lucarelli – cui sono affezionato anche per una sua divertente parentesi fumettistica – assieme ad uno psichiatra criminologo che risponde al nome di Massimo Picozzi. Nel loro testo si legge, fra le altre cose, che l’Amok fu scoperto e raccontato al mondo dai primi esploratori del Sud Est Asiatico, quando nelle loro cronache descrivevano i casi di giovani indemoniati che all’improvviso, e senza apparente ragione, iniziavano a correre e a gridare “Amok! Amok! Amok!”, tentando di ammazzare tutti coloro che incontravano, amici, parenti o animali che fossero. Il libro di Lucarelli e Picozzi, nel sottotitolo definisce in modo preciso l’area di azione dei narratori. Partendo dalla “follia omicida asiatica”, gli autori provano a indagare vari episodi di sangue, cercando di ridefinire e spiegare le “nuove stragi dell’odio”, dai kamikaze, ai femminicidi, dal cyberbullismo, ai massacri nelle scuole, ai crimini razziali e omofobi. Non per buttare in vacca, ma la troppa serietà mette sonno, allora diamo un ultimo sguardo dal ponte, citazione più citazione meno, mi recherei presso il primo bar delle vicinanze e direi agli avventori che è tutta colpa delle macchie solari.
Tornando a noi e facendo finalmente sul serio, – seeee – la copertina che vi ho appena omaggiato o che vi omaggerò ben presto, spiega in modo preciso e incontrovertibile il nostro amok, che sicuramente avrà legami e salami con gli amok di cui sopra ma che a noi interessa di più per la sua inconfondibile fumettosità. Prima di traghettare il post verso la nona arte mi corre l’obbligo di dirvi che l’amok è anche una piuma prima bianca e poi blu in un universo narrativo di tale Ladybug di cui vi spillo il link. amok miracoulus wiki fandom
Nella cultura malese e indonesiana, all’origine dello lo stato di “amok”, di cui abbiamo capito e spiegato, viene legata a stretto e doppio filo con una tigre. O meglio lo spirito di una tigre che prende possesso della persona che si amokizza. E qui e dico e qui, e non mi fermo nel sottolineare l’e qui, scatta la nuvolizzazione parlante del personaggio realizzata dalla coppia, per non dire accoppiata di autori disegnatori dell’Amok di carta e baloon. Canale e Solini.

Phil Anderson e Tony Chang, pseudonimi dei nostri autori, rispettivamente scrittore Solimi al secolo Cesare, e disegnatore Antonio Canale, crearono l’eroe mascherato – che avete già visto anche all’opera – nel 1946 – siamo nell’epoca dei proto super, anche se Amok super poteri non ne ha però ha un felino dentro di sè, e lo porta effigiato, per non dire istoriato o anche disegnato, sul suo costume, proprio sul torace. E poi si porta pure un leopardo – Kyo – al guinzaglio e anche senza, il guinzaglio, tanto gli è fedele e risponde a ogni suo ordine. Insomma siamo alle latitudini degli uomini mascherati del periodo e dei fumetti del periodo, tutti emuli del prodromo dei mascherati – l’ombra che cammina detto proprio uomo mascherato nato nel 1936 – e tutti a loro volta uomini con la maschera il costume, i fedeli animali alleati, la fidanzata ardimentosa e belloccia e l’amico aiutante di solito un reporter per non dire un giornalista – nel caso Bill Davidson – , oltre al servitore locale, nel caso specifico asiatico pure illo e pure illo potente assai, di nome Tanah. Amok è giavanese di origine e in Asia combatte il crimine, ma non si ferma in loco, e per sconfiggere il male viaggia anche negli altri continenti. Possiede una forza portentosa, frutto proprio della sua simbiosi amokinica con la furia del felino che alberga in lui – e si sa se alberga – e della sua stazza gigantica. Il nostro uomo infatti è un asiatico parecchio alto – forse dovremmo ridere, mah – e decide di indossare il costume – che dovrebbe terrorizzare già in partenza nemici e criminali in genere – dopo che la bella Nikita, sua fidanzata e amata, è stata rapita dai perfidi criminali, asiatici pure issi, della banda dello Scorpione. Ci sta pure la passionale Edmea, ma non chiedete altro perchè altro non otterrete.
Le avventure del gigante indonesiano che quando si lancia nella zuffa lancia il proverbiale grido di battaglia Amok! Amok!, in Italia hanno brillato poco. Il massimo splendore lo ebbero fra il ‘46 e il ‘48, arrivando con difficoltà al 1950. Ma come spesso accade – nemo profeta in patria – il gigante nato a Java la sera in cui fu assassinato suo padre, ha vissuto seconde, terze e anche quarte giovinezze in giro per il mondo. Larga fama ebbe in Argentina, ma il successo più clamoroso l’eroe in costume lo ha avuto in Svezia dove le sue avventure sono state prima editate importando i fumetti pubblicati in Italia, ma poi sono divenute locali e proseguite grazie all’estro e alla fantasia dello scrittore e del disegnatore Rolf Gohs e Francisco Cueto. Nel paese nordico il gigante mascherato è stato ribattezzato Kilroy e ii suoi albi hanno continuato ad essere pubblicati fino agli anni ‘80 del novecento. Il nuovo nome di Amok pare sia stato ispirato in Svezia alla leggendaria figura popolare del saldatore Kilroy. Un graffito apparso durante la seconda guerra mondiale che raffigurava un personaggio calvo dal lungo naso che sbirciava oltre un muro e pronuncia la frase: kilroy was here. Una sorta di meme virale ante litteram che stava a simboleggiare la presenza dei soldati alleati in terra nemica durante il conflitto.

In Italia alla realizzazione degli albi delle avventure di Amok hanno collaborato altri scrittori e disegnatori nostrani, fra cui segnaliamo tale Gianluigi Bonelli. Lui proprio lui e solo lui, il Nolitta inventore di Tex, e papà della casa editrice di fumetti più importante del Belpaese. La Bonelli lei medesima. Bye
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