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Cover Stories - Temi di riflessione

1. L’INGANNO DELL’AGENTIC AI E LA TIRANNIA DELL’ABBONAMENTO

Il risveglio dall’illusione del progresso — Parte 1 di 4

Riassunto dell’articolo precedente

Nella prima parte di “L’inganno dell’agentic AI e la tirannia dell’abbonamento”, Ennio Martignago smonta con lucidità chirurgica il grande bluff dell’intelligenza artificiale contemporanea. L’innovazione, sostiene l’autore, si è trasformata in un sofisticato esercizio di riciclaggio concettuale, dove gli agenti AI autonomi promessi come rivoluzionari si rivelano un miraggio tecnologico. I numeri parlano chiaro e impietosi: il 95% dei progetti pilota di GenAI fallisce miseramente, mentre appena il 30% riesce nei compiti reali. La previsione è ancora più fosca: entro il 2027, il 40% dei progetti verrà semplicemente cancellato. 

Dietro questa facciata di futuro radioso si nasconde una bolla speculativa senza precedenti. Nel primo semestre del 2025 sono stati investiti 44 miliardi in AI, con il 95% degli investimenti in GenAI che non hanno prodotto alcun ritorno economico.  I costi nascosti sono astronomici: 364 miliardi solo per i data center necessari a sostenere l’infrastruttura.   Persino Sam Altman ha lanciato l’allarme, definendo gli investitori “troppo entusiasti” in un mercato che ricorda pericolosamente la bolla dot-com. 

Ma la vera questione, argomenta Martignago, non è solo tecnologica: è la subscription economy che emerge come nuovo strumento di controllo economico e sociale. Ed è proprio da qui che riprende la seconda parte della nostra analisi.

PARTE I: Quando l’innovazione diventa riciclaggio elegante e la rivoluzione si trasforma in rendita

Viviamo il paradosso perfetto di un’epoca che proclama rivoluzioni mentre ripete stancamente formule già viste. L’industria tecnologica ha trasformato il 2025 in “l’anno degli agenti AI”, ma dietro i comunicati stampa entusiastici si nasconde una verità scomoda: stiamo assistendo non all’alba di una nuova era, ma al crepuscolo di promesse che nessuno riuscirà a mantenere.

Il miraggio degli agenti autonomi

L’agentic AI promette sistemi capaci di pianificare, decidere e agire con minima supervisione umana. La portata teorica è enorme: automazione di processi complessi, assistenti proattivi, gestione dinamica delle supply chain. Il 21% dei leader aziendali ha investito oltre 10 milioni di dollari in AI, ma solo il 14% ha implementato completamente questa tecnologia.

La realtà implementativa, però, si scontra con tre muri invalicabili: integrazione dei dati, responsabilità decisionale e ridefinizione del lavoro umano. Il 95% dei progetti pilota di AI generativa sta fallendo nelle aziende, senza generare il ritorno sull’investimento promesso. Un fallimento su scala industriale che nessuno vuole ammettere pubblicamente.

Ancora più preoccupante: i migliori prodotti AI completano con successo solo il 30% dei compiti d’ufficio reali assegnati, con la maggior parte che fa significativamente peggio. Gartner prevede che oltre il 40% dei progetti di AI agentica verranno cancellati entro la fine del 2027, travolti da costi crescenti, valore aziendale poco chiaro e controlli inadeguati sui rischi.

La trappola infinita dell’abbonamento

Parallelamente all’illusione agentica, la subscription economy sta completando la sua metamorfosi da modello di business a strumento di controllo. Non si tratta più di vendere prodotti, ma di intrappolare i consumatori in ecosistemi di abbonamenti perpetui dove l’accesso sostituisce la proprietà.

Video, musica, software, fitness, caffè, persino auto: tutto è diventato un canale di pagamento ricorrente. Il risultato è una doppia dinamica perversa: crescita numerica della subscription economy e crescente irritazione degli utenti per la proliferazione di piccoli prelievi mensili. Quando ogni prodotto diventa un abbonamento, differenziare l’offerta diventa impossibile e le aziende competono sul prezzo anziché sull’innovazione reale.

L’AI agentica si inserisce perfettamente in questo schema predatorio: marketplace di agenti AI, sistemi di pagamento automatizzati, servizi in abbonamento per funzionalità che un tempo sarebbero state parte integrante del prodotto acquistato. Il World Economic Forum prevede che entro il 2028, il 33% delle applicazioni software aziendali includerà AI agentica, con il 15% delle decisioni lavorative quotidiane prese autonomamente dagli agenti AI.

Un’economia degli agenti che richiederà pagamenti continui, creando dipendenza sistemica. Microsoft, AWS e altre piattaforme stanno costruendo negozi one-stop per agenti AI aziendali, promettendo semplificazione ma in realtà erigendo nuovi livelli di vassallaggio digitale.

La bolla che tutti vedono ma nessuno nomina

Analisti e istituzioni come IMF e Bank of England hanno avvertito del rischio che valutazioni gonfiate e aspettative di produttività immediata possano generare una correzione importante. I paralleli con la bolla dot-com sono inquietanti e innegabili.

Nella prima metà del 2025, le startup AI hanno raccolto 44 miliardi di dollari, più dell’intero 2024 combinato, mentre Goldman Sachs stima che gli investimenti totali in AI raggiungeranno quasi 200 miliardi di dollari entro fine anno. Denaro in gran parte destinato a evaporare in una scommessa azzardata che presuppone guadagni di produttività mai visti nella storia dell’umanità.

Persino Sam Altman, CEO di OpenAI e sommo sacerdote del culto AI, ha avvertito ad agosto 2025 che gli investitori sono “troppo entusiasti”. Ha detto al suo pubblico che i mercati stanno correndo avanti rispetto alla realtà – e che i postumi della sbornia arrivano sempre quando il denaro affluisce più velocemente di quanto la tecnologia possa giustificare.

Uno studio MIT rivela che il 95% degli investimenti in GenAI – circa 30-40 miliardi di dollari – genera zero ritorni, scatenando ansie di mercato che gli analisti finanziari cercano disperatamente di contenere. Con così tanto denaro in gioco sull’AI, qualsiasi cosa meno di un completo sconvolgimento del mondo sembrerà un fallimento catastrofico.

Il costo nascosto dell’illusione

I data center per l’AI assorbiranno 364 miliardi di dollari nel 2025, una cifra che fa sembrare la “rivoluzione” del cloud un aperitivo. Ma per cosa? Per chatbot affascinanti ma che non stanno trasformando la produttività come promesso. Per agenti AI che falliscono nel 95% dei casi. Per sistemi che necessitano di supervisione umana costante.

L’impatto pratico è devastante: molte aziende stanno sperimentando agenti interni – helpdesk automatizzati, automazione dei flussi finanziari – ma i progetti che scalano veramente sono ancora la minoranza. La promessa di agenti che “sostituiscono” ruoli è un’iperbolazione venduta a investitori e media; nella realtà, l’efficienza arriva solo quando processi, dati e persone vengono faticosamente riallineati.

McKinsey conferma che, nonostante l’80% delle aziende usi GenAI, l’impatto sul bottom-line rimane limitato. Stiamo assistendo a una transizione che, invece di liberare risorse creative, intrappola in cicli di abbonamenti e automazioni ridondanti.

La fine del miracolo

Il modello “accesso vs possesso” ha allargato mercati e ricavi ricorrenti, ma ha anche generato sovrapposizione e saturazione. Si crea così un mercato più efficiente nel breve periodo ma meno fertile per idee disruptive. L’ottimizzazione del noto prevale raramente sull’invenzione del nuovo.

Questa è la realtà dell’AI agentica e della subscription economy: non una rivoluzione, ma un perfezionamento dei meccanismi di estrazione di valore. Non l’alba di una nuova era, ma il tramonto mascherato da alba. Il miracolo tecnologico non è sparito – è diventato un mercato di massa e un’industria di rendita, dove agenti intelligenti e abbonamenti ripetono pattern già conosciuti con una differenza chiave: ora la posta in gioco è politica, economica e morale.

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Ennio Martignago